Il mare lo vediamo sempre come un orizzonte. Lo guardiamo e sembra immobile, ma sotto quel silenzio da cattedrale si muovono storie, tensioni, respiri. C’è un’energia preistorica che pulsa sotto la sua superficie che non smette di ricordarci che siamo piccoli, ospiti imperfetti su un pianeta che non governiamo affatto e che, non a caso, chiamiamo pianeta blu. Per questo oggi ogni discorso sul cibo dovrebbe inevitabilmente affondare nell’acqua. L’acqua è democrazia, geopolitica, vita. Un elemento apparentemente semplice, che in realtà contiene tutte le contraddizioni del nostro tempo: abbondanza e scarsità, salvezza e minaccia, risorsa e limite, origine e disastro. È la misura di quanto capiamo del mondo e di quanto siamo disposti a cambiarlo.
Parliamo di acqua per riflettere su quello che la terza edizione di Un Paese Ci Vuole ha lasciato navigare nei pensieri di chi in quei due giorni l’ha vissuta. Ne parliamo per innescare pensieri anche a chi non c’era, nella Valle del Belice. Un Paese Ci Vuole è l’appuntamento che ogni anno convoca cuochi, agricoltori, ricercatori, produttori, pensatori laterali, ribelli, una comunità che insiste a immaginare un altro modo di vivere la terra e il cibo. Quest’anno – racconta Pasquale Bonsignore la scelta è stata di concentrarsi sull’acqua. “Un Paese Ci Vuole nasce dal lavoro di ricerca fatto con INCUSO in cui ci siamo sempre concentrati su questo tema. Con INCUSO diciamo Il Cibo Ha Fame di Futuro, con Un Paese Ci Vuole cerchiamo di capire ogni anno il cibo e il futuro quale altro pezzo potrebbero avere a fianco. L’anno scorso abbiamo parlato di restanza e del tema della densità abitativa dei territori, quest’anno parliamo di acqua che può essere una risorsa per l’agricoltura, che è un problema per l’agricoltura, ma che è un ennesimo territorio che forse dobbiamo attenzionare di più”.
Il mare ha mille problemi, il mare ha tantissime risorse.
Siamo sopra a un affascinante caicco, stiamo navigando le acque che bagnano Marina di Selinunte. È in questa cornice che irrompe la voce di Sea Shepherd Italia (una ONG che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini), attraverso le testimonianze di Andrea Morello ed Enrico Salierno, appena arrivati da un’operazione di recupero reti abbandonate all’Isola delle Femmine. Vediamo i Templi, ma è la bandiera della Sea Shepherd a prendere tutta la nostra attenzione. È una bandiera che sembra pirata ma non lo è. Un teschio che contiene un delfino e un capodoglio, la mente che custodisce due mammiferi marini. “Il teschio è un simbolo di vita”, spiegano, perché rappresenta la mente che comprende l’interdipendenza, di quel filo invisibile che tiene insieme tutto ciò che esiste sulla Terra.
L’interdipendenza è un pensiero radicale, perché capovolge la logica antropocentrica. Se muoiono le balene, moriamo anche noi: “Due respiri su tre provengono dal fitoplancton”, ricorda Andrea Morello. La nostra ossigenazione, quindi, è un dono dell’acqua, non della terra. È il mare, non l’Amazzonia, la nostra prima fonte d’ossigeno. La vita, insomma, dipende da ciò che non guardiamo. “In questo momento siamo ospiti, possiamo solo stare tranquilli. Allo stesso modo, non siamo noi a guidare il pianeta: è la biodiversità e l’interdipendenza tra tutte le specie a mantenerlo in equilibrio. Se muoiono le api, i vermi, non ci saranno più gli olivi, se muoiono gli oceani, ci estinguiamo”. E Sea Shepherd Italia naviga i mari per tenerli vivi, conservali: “Per togliere la possibilità di uccidere il mare, bisognatogliere dal mare la sofferenza, l’illegalità”. Sono loro a parlarci delle difficoltà che sta passando il nostro mare e dell’impatto che possiamo avere con le nostre consapevolezze.
La nave su cui ci trovavamo sta continuando la sua rotta intorno alla Sicilia: partita da Palermo, ora si trova più o meno all’altezza delle isole Eolie, e proseguirà poi verso Malta per un nuovo rimestaggio. L’agricoltura, gli oliveti, il cibo, gli animali, tutti gli esseri terrestri dipendono dal mare per la loro salute e per la possibilità stessa di continuare a vivere su questo pianeta. Capire che il mare che abbiamo davanti, l’intero Mar Mediterraneo, è oggi il più sovrasfruttato del pianeta significa comprendere quanto le scelte umane incidano sugli equilibri naturali”.
La fotografia che emerge è netta: il Mediterraneo è oggi il mare più sfruttato del pianeta. Secondo i dati citati da Morello, il 76% del pescato proviene da stock sovrasfruttati. Vale a dire: peschiamo più di quanto il mare riesca a rigenerare.
La causa non è solo la pesca illegale. È la pressione di un sistema alimentare che ha reso il pesce un bene a basso costo, disponibile ovunque e sempre. L’iperproduzione ha un costo, solo che non lo paghiamo noi. Però anche le piccole azioni, come rimuovere le reti sommerse o partecipare a iniziative di tutela del mare, hanno un valore enorme: “La ripresa del mare è molto più rapida di quella di un bosco”, stupisce Morello. Nel mare, bastano quattro o cinque anni per riportare un’area sovrasfruttata a una biodiversità ricca e pulsante, se smettiamo di aggredirla. È uno spiraglio di futuro. Le aree marine protette sono necessarie e hanno la funzione di essere dei grandi archivi di biodiversità, un laboratorio naturale dove la vita si rigenera senza bisogno dell’uomo. Anzi: nonostante l’uomo. Oggi se il pesce qui non c’è più e lo andiamo a pescare in Africa, è evidente che lo stiamo togliendo a chi vive di quelle risorse. È una sottrazione che porta anche al collasso degli ecosistemi marini. “La scelta che facciamo a tavola, ogni giorno, ha un impatto immediato su tutto il pianeta: sul mare, sui pescatori, sulle comunità che vivono di pesca e anche sulle persone che, per quel poco pescato, rischiano la vita. Difendere il mare è una sfida enorme, che richiede governi, leggi e accordi internazionali. Ma scegliere di mangiare meno pesce è un gesto semplice, che possiamo fare subito, oggi. Capire quanto la nostra scelta influisce sul mondo è il primo passo verso un cambiamento reale”. C’è anche geopolitica, in queste riflessioni. Morello racconta che bastano undici miglia per uscire dall’Europa: da lì il controllo della legalità diventa quasi impossibile. Il mare è “l’ultima frontiera”. Il futuro richiederà accordi internazionali, nuovi modi di gestire ciò che è di tutti e di nessuno. Il mare come condominio globale: o ci mettiamo d’accordo, o salta tutto.
E con la bandiera di Sea Shepherd che continua a sventolare davanti, inizia l’attenzione passa su Fabrizio Cammarata, cantautore siciliano, grande viaggiatore che con sua musica ha attraversato il mondo e spesso contiene pezzi dei luoghi che ha conosciuto e approfondito, come racconta Nicolò Vecchia. La luce si fa tramonto davanti ai Templi di Selinunte. È l’ora poi della cena di cambusa, di continuare a pensare il mare dal mare. Mentre quel mare ci guarda. Il futuro ha fame e il mare è il primo boccone.

“Prendersi cura di un uliveto non è diverso dal prendersi cura del mare”.
È una frase dirompente, è da qui che nasce il dibattito sotto gli ulivi, il momento clou di Un Paese Ci Vuole che traghetta le riflessioni non verso una soluzione ma verso una serie di scenari che possano aprire la mente. Siamo tra gli ulivi di Tenuta Rocchetta, una delle terre da cui INCUSO produce l’olio. Abbiamo appena visto i lavoratori cogliere le olive a mano, a carezze, con la delicatezza che si dedica solo. Il cibo a basso costo è una fiaba tossica del nostro tempo, ci ha disabituati al valore. Ha creato l’illusione che la natura sia un supermercato che non chiude mai. Ha allontanato le persone dal gesto agricolo. E il gesto agricolo è fondamentale. “Quest’anno abbiamo deciso di parlare dell’acqua perché è un elemento interconnesso”, apre Pasquale Bonsignore, raccontando di Pantelleria, dove i capperi fermentano “a secco” perché l’acqua non c’è. Racconta di un territorio — quello siciliano — dove l’irrigazione è un privilegio intermittente: “Il sistema pubblico di distribuzione dell’acqua non ci sostiene”. L’acqua torna come scarto (nelle acque di vegetazione dell’olio), come pericolo (nella gestione dell’uliveto), come promessa mai mantenuta. La sensazione è che l’acqua sia diventata un personaggio: sfuggente, ingovernabile, potentissimo. E Riccardo Felicetti (di Pastificio Felicetti) ci mette davanti una prospettiva cristallina: “L’acqua è decisiva perché definisce il luogo di produzione della pasta. Se non c’è l’acqua, puoi coltivare tutto il grano che vuoi e mettere gli stabilimenti dove vuoi, ma senza acqua non funziona”. In sostanza: i pastifici venivano costruiti storicamente più dove c’era l’acqua che dove c’era il grano. È una fotografia rovesciata del nostro immaginario: il grano arriva dai porti, l’acqua no. L’acqua non si sposta, non migra. L’acqua decide. Felicetti racconta della montagna come scuola primaria del rispetto: l’acqua come ricchezza, pericolo, energia, fonte di reddito quando diventa neve, e allo stesso tempo minaccia quando esplode come alluvione. In ogni suo passaggio si capisce che l’acqua è misura, non accessorio.
“La filiera inizia dal suolo e finisce nel nostro stomaco. Non dal seme al prodotto”.
Irrompe Paolo Pileri, professore del Politecnico. È un ribaltamento di prospettiva che apre un varco: se il suolo è impoverito, l’acqua non entra più. Se l’acqua non entra più, non esiste agricoltura. Se non esiste agricoltura, non esiste cibo. E se non esiste cibo, non esiste futuro. Prende una manciata di terra. La guarda, la racconta. Solo il 2% è sostanza organica. Il resto è sabbia, limo, argilla e — sorpresa — aria e acqua: “Il 45% è metà aria e metà acqua… e l’acqua rimane solo se c’è una buona copertura vegetale”. È una lezione che cambia il paradigma dell’agricoltura che abbiamo sempre pensato. Un ettaro di suolo vivo contiene 4 milioni di litri d’acqua. Basta poco per distruggerne la capacità: un passaggio di trattore in più, un’aratura, una monocultura. Pileri rimette al centro la biodiversità invisibile: funghi, microrganismi e il suolo nel suo insieme, come essere vivente. Perchè “La grande sfida climatica non è fatta dagli alberi, ma dal suolo”. Quando la parola passa ad Andrea Morello di Sea Shepherd, il discorso torna al blu profondo. Ma questa volta è un blu che somiglia sorprendentemente alla terra.


“Il mare è un sequestratore di carbonio, perché anche nel mare c’è un suolo, solo che non lo vediamo perché è coperto”. Morello racconta un concetto che spaventa e illumina: oggi, nel mare, il carbonio non viene sequestrato soprattutto dalla vegetazione, ma dalla fauna marina. Balene, pesci, organismi che regolano gli equilibri climatici. “La pesca industriale e la distruzione degli habitat marini hanno portato a un rischio concreto: senza la fauna marina, non potremmo più abitare stabilmente le terre emerse. Conservare il mare selvatico è essenziale, esattamente come dobbiamo conservare il suolo”. Il tema è sempre l’interdipendenza, ciò che facciamo sul pianeta Terra ha effetti significativi sullo stato di salute del mare. Il dibattito alterna mare e montagna come fossero due emisferi dello stesso cervello e qui interviene Juri Chiotti (Chef di Reis in val Varaita, Piemonte), a raccontare la sua vita di borgata. “Tutti questi temi sono connessi: acqua, suolo, biodiversità, produzione. I concetti principali del mio quotidiano sono consapevolezza e fatica. La gestione dell’acqua nella mia realtà è sempre stata sinonimo di fatica, se pensiamo ai terrazzamenti a secco centinaia di anni fa, senza meccanizzazione, ma più efficienti di tante pratiche moderne. La fatica è la stessa della pianta, che continua a fare un lavoro immane con la fotosintesi, mentre l’uomo negli ultimi 50 anni ha cercato modi più comodi per ottenere risultati. Le conseguenze di questa comodità sono evidenti. La risposta, secondo me, è la consapevolezza: riconoscere le azioni quotidiane, anche quelle semplici, e capire le ritorsioni che possono avere sul suolo, sull’acqua e sulla produzione. Quindi: tutto deve essere messo a disposizione dei più piccoli, partendo da zero, per costruire una coscienza rapida ed efficace. Perché non abbiamo più tempo: la consapevolezza dell’umanità rispetto a questi temi è urgente”.
La frase più sorprendente la pronuncia Marco Ambrosino (Chef di Scotto Jonno e Sustanza a Napoli), sempre lui, con la sua lucidità da antropologo travestito da cuoco: “Se hai un bicchiere d’acqua sporca e ci versi dentro acqua pulita, prima o poi torna pulita.” È una teoria del cambiamento minimale, quasi infantile. Ma devastante nella sua verità. Fare cose buone, anche piccole, anche invisibili, non è inutile. È la dimostrazione che la cura, se ripetuta, vince. Poi compie un gesto linguistico potentissimo: chiede di sostituire la parola risorsa con necessario. Non più qualcosa da cui estrarre, ma qualcosa con cui convivere. Non più un vaso da svuotare, ma un compagno di vita. È un rovesciamento culturale che potrebbe cambiare ogni filiera, ogni scelta politica, ogni gesto quotidiano. Un semplice inizio di un’etica nuova? “Però se poi non critichiamo il sistema in cui siamo e lo lasciamo lì solo come una bella istantanea, allora non serve a niente” chiosa Elisa Teneggi (giornalista), in un grande assist a Pasquale Bonsignore per annunciare il progetto di costituire un soggetto terzo – che può essere associazione, fondazione, luogo di ricerca, o tutt’altro – per dare gambe a queste conversazioni, perché “fare questo dibattito solo tra noi serve a poco”.
“A un certo punto vi diremo che sarà nato Un Paese Ci Vuole, e vedremo se riusciremo a far diventare questa cosa qualcosa di più grande, per non restare solo in cinquanta, ma avere maggiore eco e un impatto più ampio”. Il sogno è chiaro: trasformare la cura in cultura, la cultura in pratica, la pratica in politica.
Il passaggio dalla “restanza” del 2024 all’”acqua” (o meglio all’interdipendenza) del 2025 è un salto concettuale: si esce dal tema dell’identità per entrare in quello della convivenza. Non basta restare: bisogna legarsi. Non basta coltivare: bisogna farlo insieme. L’obiettivo per il futuro è chiaro: trasformare questa comunità da temporanea a permanente. Creare una rete capace non solo di pensare, ma di agire. Una rete che sappia prevenire invece di riparare, immaginare invece di imitare, condividere invece di competere.
Un Paese Ci Vuole è fatto anche per passare dalle parole alla tavola, dalle riflessioni alla festa. Perché qualsiasi grande pensiero ha bisogno di essere condiviso e digerito. E la parte più conviviale prende forma sul mare, ovviamente, al Lido Zabbara di Marina di Selinunte con una tavolata di trenta metri, in spiaggia, che punta verso i Templi. Non c’è menù, non c’è copione. Gli chef cucinano insieme come in una jam session: improvvisano, si uniscono. È magia. Sì. È un modo facile e particolarmente piacevole di superare i confini della cucina e delle idee, rimescolare le regole per trovare una terza via che, dai produttori e dalle cucine, arrivi alla tavola e a chi mangia, aprendo nuovi modelli e nuove possibilità.
E a fine evento, ancora dopo un mese dall’evento, torna sempre la stessa domanda: Ma Un Paese Ci Vuole? Eccome se ci vuole. Ma quel paese va imparato ogni giorno. Occorre una grammatica nuova: fatta di suoli da proteggere, mari da custodire, scelte quotidiane da osservare con occhio critico. Serve un vocabolario di gesti.

Ma prima bisogna capire cos’è un paese. “Un paese è una comunità, non è soltanto un luogo un insieme di tante cose necessarie che danno un risultato maggiore della somma matematica delle cose che lo compongono” commenta Marco Ambrosino. E abbiamo un po’ raccontato qui come è andata l’anno scorso, insieme a una possibile lettura del termine paese. Abbiamo chiesto a nove partecipanti – Marco Ambrosino, Riccardo Felicetti, Aldo Viola, Giuseppe Cipolla, Elisa Teneggi, Margo Schachter, Pasquale Bonsignore e Josha – all’evento di parlarci di paesi. Parafrasando, ecco le loro riflessioni da portarci a casa.
Un Paese è un luogo di comunione: un punto in cui ci si riconosce nelle abitudini, nei gesti, nei modi di essere.
Un paese può essere una nazione – e l’Italia è fatta proprio dall’unione di infiniti paesi – ma, ancora di più, è quella sensazione di casa che ti prende quando ti riconosci in un modo di vivere. E la casa, dice Juri Chiotti, può essere anche un bosco: il luogo in cui sto meglio, quello che so abitare, quello di cui sono più portato ad avere cura.
Un paese non è una città. Un paese è un senso di comunità quasi familiare; è un luogo dove si condividono identità e dove l’umanità diventa un tesoro da custodire. È un posto in cui forse nasci, o forse arrivi più tardi nella vita. Ma con cui, in ogni caso, stabilisci un legame che ti restituisce sempre qualcosa, e che un po’ ti porti dentro ovunque tu vada.
Un paese è micro-luogo e macro-idea. A volte ce ne dimentichiamo – proprio come a volte dimentichiamo gli amici più stretti – ma poi, facendo tutto il giro, ci torniamo. Perché un paese lo hai dentro, anche quando sei lontano. In un paese porti il bagaglio delle storie familiari, di chi ti vive accanto, e perfino di chi ci ha vissuto migliaia di anni fa. Come dicevano alcune popolazioni indigene: non è solo che abiti un paese, è che tu sei un paese.
Un paese ci vuole perché è lì che si stabiliscono i legami e i valori che rendono migliore l’umanità. E di paesi ce ne vogliono tanti, perché le comunità vivono e migliorano attraverso la loro diversità e attraverso lo scambio.
Un paese ci vuole perché ti permette di sentirti integrato: è un sentimento psicologico, quasi spirituale. Riuscire a essere contributori attivi di una comunità è fondamentale. Un paese è nel cuore, prima che sulla carta geografica. Perché un paese è propensione all’umanità, allo stare insieme, alla cura reciproca.
Sì, un paese ci vuole. Eccome se ci vuole.
Per ricucire i pezzi di questa storia magnifica che spesso dimentichiamo: ciò che siamo stati e ciò che potremmo ancora essere. Forse un paese ci vuole proprio perché l’acqua, il suolo, il mare, non possono essere guardati dall’esterno. Un paese ti obbliga a entrarci dentro, a capire che ogni scelta che fai finisce comunque lì. Ma voi ve lo immaginate un mondo senza paesi? Ecco, Un Paese Ci Vuole. Sempre.





