Spatchcock1. Morto, ovviamente. I bidoni d’acciaio ancora risuonano della pioggia di schegge craniche.
Infilo il telefono tra le grate, scatto una foto alla posizione del morto e la mando all’Agenzia. Semplice come parcheggiare una Lime Bike.
Farooq è in fondo alla scala antincendio, dove l’ho lasciato. “E quindi, è fatta?” chiede, staccandosi dal muro. “È fatta”.
“Ottimo, muoio di fame”.
Lo spingo dietro l’angolo. Siamo quasi alla fine della strada quando sentiamo qualcuno urlare.
“Reazione un po’ tardiva”, dice Farooq. “Dov’è finita tutta la gente?”
“Al pub?” dico io. “Sono le due del pomeriggio di venerdì”.
“Magari fossimo anche noi al pub. Ti hanno pagato?”
“No”.
“Neanche a me. Allora falafel wrap”.
Rovisto tra filtri e spiccioli in tasca e Farooq mi trascina al bugigattolo di Falafel Shack, dietro Petticoat Lane. Poco discreti – vista la vicinanza al luogo del delitto – i ragazzi ci salutano a gran voce per nome.
“Senza cipolla?”
“Sì, senza cipolla, grazie”.
“Dategli cipolle”, dice Farooq, “è venerdì, lo bacio io. Lui ha i contanti”.
Con piadine gonfie quanto la mia coscia, ci facciamo largo tra i clienti intontiti del mercato e percorriamo Whitechapel Road. Sono troppo concentrato sul mio wrap per accorgermi delle pozze di frattaglie di pesce finché non ho i calzini fradici. Devo ricordarmi di respirare tra un morso e l’altro, masticare, succhiare lo yogurt all’aglio dalle pieghe della carta con una dignità moderata.
Biryani House è un take-away specializzato in biryani, con una facciata rivestita di pannelli rossi e il nome dipinto in lettere dorate. Dal finestrino del bus, Odette scorse il cartello TO LET al piano di sopra e lo dichiarò nostro. Poco importava che due platani enormi ostruissero ogni raggio di sole e l’unica vista fosse su Mile End Road: dalla finestra della cucina si poteva accedere al piccolo terrazzo sopra l’insegna del negozio e, secondo lei, questa era una trovata devastantemente stravagante. Eravamo appena usciti dalla scuola di recitazione, l’affitto era caro perché tutto era caro, e noi eravamo romantici. Ci barcamenavamo con tre o quattro lavori ciascuno, tirando avanti in attesa del grande ruolo. Ancora un lavoretto e ce l’avremmo fatta.
Dovevamo solo pensare in modo non ortodosso.
Odette è accovacciata fuori dalla porta d’ingresso, in tenuta da palestra nera, che fruga nella tote bag, un braccio teso per tenere dritto il Tupperware. Una goccia di salsa al tamarindo le cola nell’incavo dell’ascella. Scuoto le chiavi.
“Pensavo avessi il giorno libero”, dice Farooq.
“È saltato all’ultimo”, fa Odette, si alza e si rimette la borsa in spalla. “Com’è andata l’audizione?”
“Bene, a quanto pare, ma cercano qualcuno di carnagione più scura. Mi sono fatto un pianto e una sigarettina e ho guardato Jack buttare un tizio dalla finestra del settimo piano”.
Guarda le mie scarpe fradicie.
“È brodaglia dei bidoni del mercato”, dico.
Salgono di sopra e io mi tolgo scarpe e calzini nell’ingresso. Odette è già al telefono che snocciola il suo ordine di take-away post-lavoro.
“Ha triplicato l’ordine”, mi sussurra Farooq nel frattempo che chiudo la porta.
“Sei sicuro? Avrà fame”.
“Dodici samosa al paneer”. Indica la scatola di Merlot sul bancone.
“Credevo l’avessimo finito ieri sera”, dico.
“Già. Evidentemente l’hanno pagata”.
“Allora sii carino con lei”.
L’aria della terrazza è impregnata di grasso speziato. Fumo tre sigarette per smaltire il crollo di adrenalina.
Farooq appoggia il bag-in-box e i bicchieri sul tavolo e si prende una sedia a sdraio. “A lei lascio la poltrona”, dice. “Perché sono buono”.
Odette accetta un bicchiere del vino che ha comprato senza commentare. Sparge il banchetto avvolto in carta stagnola sul tavolino e ci dice di servirci, cosa che facciamo subito, con l’indecente, intima ferocia che solo noi tre possiamo condividere, da soli, sulla nostra terrazza. Ha i capelli bagnati e la puzza di mentolo misto a eucalipto del Deep Heat taglia l’aria tiepida.
Satollo, Farooq si addormenta sulla sdraio. Io mi sento molto più calmo. Odette ha strappato la sacca raggrinzita dal cartone del vino e se la culla al petto. Sembra un organo. Qualche anno fa, io e Odette inseguimmo cinque golfisti americani fino a un castello nelle Highlands. Ci iscrivemmo al club privato come ricchi novelli sposi in luna di miele – con l’accento sudafricano come un’aggiunta del tutto superflua e incriminante al nostro alibi. Accettammo il prosecco di cortesia, mangiammo paninetti, noleggiammo mazze da golf; facemmo una passeggiata sul campo.
Dopo un’ora di partita, i cinque uomini si fermarono con il golf cart per guardare Odette colpire la palla.
“Goffa, ma in un certo senso carina”, rise uno di loro, saltando giù dal mezzo.
“Così?” chiese lei.
Odette batté la mazza così forte sul lato della sua testa che un occhio schizzò via. Poi tirò fuori il fucile e ne freddò altri due – bang, bang – dritti in faccia. Io sparai all’ultimo alla gola e lui cadde in ginocchio in una tremenda, caotica agonia, e Odette disse: “No, no, Jack, non essere crudele” e gli sparò al cervello.
Era uno dei miei primi lavori e la botta mi fece stare male. Odette mi avvolse in una coperta, mi mise in macchina e guidò fino al paese. Comprò dal macellaio il nostro peso corporeo in pasticci e pie calde e li mangiammo sul cofano dell’auto a noleggio, inghiottendo tutto senza riuscire a parlare finché non crollammo, ubriachi di sale, grasso e carboidrati. Guardai Odette in uno stordimento beato, le dita appiccicose le scivolavano in grembo, il sugo le imbrattava i capelli perché continuava a tirarseli dietro le orecchie mentre mangiava.
“Nutri gli eccessi, o crollerai nella disperazione”
disse quella volta. Ma col tempo, anche gli eccessi diventano più difficili da saziare.
Ora Odette scola la sacca dal beccuccio. Si alza, scavalca il tavolino e mi prende il viso tra le mani. Ha gli occhi neri. Mi inclina la testa all’indietro, stringe le labbra per aprirle e mi versa il vino dalla sua bocca. La trascino a terra.
“La mia agente mi ha scaricata”, sussurra dopo. Ogni anfratto di me brucia di Deep Heat.
“Merda, Odette. Cercherai un’altra agente?”
“Forse”.
Lei rabbrividisce e io la copro con la mia T-shirt. “Non puoi mollare”, dico.
“Non sto mollando”.
“Perché questo lavoretto parallelo è folle. Tieni fisso l’obiettivo vero. Noi siamo attori, non killer”.
Le pupille le si sono dilatate. Vedo un anello di grigio.
“Paga bene”, dice. “Lavoro regolarmente e mangio bene. Sono brava”.
“E vai a letto soddisfatta?”
Odette allunga la mano verso un bhaji di cipolla fredda.
“Domani ho un secondo provino per uno spot di cibo per gatti”, dico.
“Io ho un lavoretto in nero a Surrey Quays. Quindicimila da dividere in due, se lo vuoi”.
Mi butto sulla schiena.
“Chiedi a Farooq”.
“Siamo vegetariani convertiti”, sussurra “stiamo attenti al riciclo della plastica leggera, siamo maniacali coi termosifoni. Ma anche la coscienza ecologica più pura inciampa, prima o poi”.
“Io no”, dico.
Lei sbuffa e prende un altro bhaji.
Le volto le spalle e scorro il telefono. Ho un’e-mail dalla mia agente:
Scusa Jack, hanno deciso di scegliere un candidato con un vero gatto domestico. Buon week-end.
Mi concedo un minuto di broncio, poi mi giro. “Dove a Surrey Quays?”
“Nel parcheggione dietro al Decathlon”.
“In pieno giorno?”
“Sono trafficanti di bambini, a nessuno importa se muoiono”.
“Vero”, annuisco. “Vero. Come vuoi farlo?”
“Velocemente, così poi andiamo a farci una pinta e delle chips al Mayflower”.
“Va bene”.
Ci vestiamo e buttiamo una coperta su Farooq.
Vado a letto soddisfatto…
- Tecnica culinaria utilizzata per la cottura di volatili, specialmente per il pollo, per appiattirli “a farfalla” e cuocerli alla griglia. ↩︎





