Reportage
caglio
Quando il cardo caglia
La saga familiare dei Fiandino a Villafalletto
Quando il cardo caglia
13 minuti

Flashback – Villafalletto, 1920

Il 1920 è un anno cruciale per la gente di Villafalletto: quell’arresto di Tumlin, primogenito di Giovan Battista, scuote la comunità e si abbatte sulla famiglia Vanzetti già provata dalla perdita prematura di Giovanna, moglie e madre amatissima. 

Pochi anni prima Bartolomeo era partito per la Merica: 

“Sono a bordo (La Provence). Tanti saluti e baci a tutti.” 

scrive  il 13 giugno 1908 da Le Havre. 

Seguono negli anni lettere alle sorelle, alla zia e al padre che aveva disapprovato quel colpo di testa, dove Bartolomeo racconta della condizione di immigrato, del lavoro, del Messico, delle cose che cominciano ad andare meglio e del gruzzolo pronto per il ritorno. 

Ma il 5 maggio 1920 viene arrestato insieme a Nicola Sacco perché trovato in possesso di volantini anarchici e una pistola; alla famiglia scrive apertamente di questa sua condizione solo il 1 ottobre 1920:

“Carissimo padre, 

ho sempre frenato sino a oggi il desiderio di scriverti, perché ho sempre sperato di potere, da un giorno all’altro, darti buone notizie. Ma le cose continuano ad andare male. Ora mi accusano di omicidio. Non ho ucciso, né ferito, né rubato mai. Ho testimoni in mia difesa e lotterò con tutta la mia energia. […]”

Magno Fiandino, appena trentenne, arriva a Villafalletto proprio in quest’anno, e probabilmente lui – margaro che aveva lasciato la Valle Stura cercando un luogo migliore per le sue tòte1 – dell’uomo dai capelli bianchi, il volto solcato da rughe e lo sguardo rassegnato, puntuale ogni giorno dietro al banco del suo caffè-bottega e del dramma di quel figlio lontano, ancora non sa tutta la storia. Quello che sa è che a Vila Falèt le sue tòte, tutte vacche da latte, sarebbero state meglio e lo sa perché glielo avevano insegnato l’osservazione personale e l’esperienza dei vecchi bergier, quelli che guardando il cielo terso sulla Granda, commentavano scuotendo la testa: la splura à porta barlèt2, e da come si sistemavano le nuvole sulla Bisalta preconizzavano: se a Besimauda as büta ‘l capel, a fa pi nen bel3.

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