“Finalmente sento di nuovo le dita dei piedi!”, dice Jon Mikkel, mentre emerge letargico dal sacco a pelo. Siamo nel pieno del Finnmark, sulle pendici dell’altipiano, e abbiamo appena passato la nostra prima notte sull’artico in una canadese da 6 senza tarp a terra. Mancando il fondo, la tenda poggia direttamente sul permafrost e ci sono due strati di rami secchi di betulla e pelli di renna per non addormentarsi a contatto diretto con il terreno brullo e ghiacciato: un’eventualità piuttosto infelice che potrebbe causare severe ustioni da congelamento, e forse cancrena.
La notte è passata così, lentissima, a cercare di stare sulla pelle di renna, con una puntata veloce fuori a guardar rapito quel che accade in cielo e: ah, e ah, e ah! La luce verde del nord che vola, che ti cambia davanti e che ti cambia dentro.

È mattina, il cielo adesso è celeste di quel celeste che fa venire subito mal di testa e fa pigra la domenica. La colazione dei pastori è pronta, ci si riveste in fretta di tute termiche rosse e nere per gli uomini e blu per le donne, e ci si accalca attorno a una scatola di cartone per il latte poggiata sulla neve. Dentro la scatola ci sono due o tre pacchi di salame di renna confezionati, biscotti, un panetto di burro congelato e bicchieri e cucchiai di plastica. La caffettiera è piccolina e il caffè, chiamiamolo così, viene subito bevuto da chi lo fa, e si fanno i turni al fornelletto da campo: dalla vibrazione bellicosa che capto mi accorgo che le regole non scritte di solidarietà che rendono possibile la sopravvivenza nelle terre selvagge non valgono quando c’è di mezzo il fabbisogno giornaliero di caffeina. Sopra la caffettiera, appesi a una rudimentale rastrelliera di rami di betulla anneriti, bruciacchiati, ci sono circa 4 chili di carne di renna affumicata in nottata.
Issat Turi, il pastore che ci ha aiutato a mettere su il campo, e che possiede la mandria di renne che abbiamo seguito da lontano per un giorno e mezzo, si è assicurato che non morissimo congelati nella notte, e ora ci consiglia di ignorare lo scatolone di vivande confezionate e di aggredire senza esitazione i filetti di renna. Lui il caffè non lo beve, beve un distillato fatto in casa dal vicino di baracca. La renna, che abbiamo preso al lazo il giorno prima, macellata secondo il rito Saami, viene cucinata e consumata interamente nell’arco di 12 ore: zoccoli bolliti, salsiccia di trachea, sanguinaccio, testa, organi e cartilagini incluse. Stiamo per ripartire per una traversata di due ore e mezza, forse tre, sul Kautokeino Elva, un fiume ghiacciato che serve da autostrada alle motoslitte per circa dieci mesi all’anno, il fondo del fiume duro come l’asfalto (i locali non considerano la neve e il ghiaccio un derivato dell’acqua, ma un vero e proprio elemento a sé), l’aria pure: ho dimenticato la sciarpa e in pochi minuti le guance e le labbra si addormentano. Cerco di resistere alla tentazione di leccarmi i baffi per vedere se sono ancora lì, ma alla fine cedo e le labbra umide fanno ancora più male e sento ancora il sapore caprino e pungente del grasso di renna sulla barba. Puzzo, ma mi convinco di essere unto e termo-isolato. Il vento si sta alzando, portando nuvole grigie che promettono nevischio, che alla velocità delle moto sono come pallottole di ghiaccio.



Al Nord, e in particolare nelle pianure dell’altipiano che non sono protette dalle montagne, i cambiamenti climatici possono essere drastici e repentini, perciò meglio partire subito. Peccato per il motore, perché nei momenti in cui ci fermiamo per riposare ed evitarne il surriscaldamento, il silenzio è meraviglioso.
Mi accorgo che è proprio il silenzio, con le sue infinite sfumature, ad essere la prima vittima delle nostre comode e sedentarie vite da via Gluck. Il silenzio e poi, i toni di bianco e di grigio. Sono le prime cose che abbiamo ucciso, prima dei padri e delle madri, prima dei nostri nemici, prima ancora dei nostri istinti animali.
Il silenzio è una serie di piccoli petardi che scoppiano lontano, è un’interferenza alla radio, è una nota di fondo, un sibilare del vento, è il suono che fanno i ricordi e, in lontananza, il ticchettare inconfondibile delle ginocchia delle renne che si muovono in un gregge: mai completamente ammaestrate, mai completamente sole, mai ferme. Qui è come se renne e uomini, trovandosi a condividere questa terra aspra e inospitale, avessero deciso di fare un pezzo di strada insieme. L’uomo ci ricama su una storia, uno stile di vita e a volte una fortuna, più spesso un motivo per scendere dalla branda a meno venti Celsius. La renna se le vai incontro, come una donna schiva e algebrica si allontana. L’unico modo che hai di avvicinarti è con la motoslitta, che le renne scambiano per grossi mufloni o yak, oppure sulle scarpe veloci e leggere dei Sami, un popolo intriso di sciamanesimo da far paura ad Ernesto de Martino, che cerca disperato di voltare le spalle alla magia o di barattarla per un profilo Facebook e un sito web. Ma quella, furbacchiona, se ne torna sempre su come l’anima sorda ai motivi della ragione, come una passione.
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