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Testo e foto di Greta Contardo

Under the Tuscan sun, con il panorama mozzafiato della Val D’Orcia attorno, le pecore e le caprette che fanno ciao, i pavoni che scorrazzano senza pavoneggiarsi e le galline belle tozze che si rilassano. È domenica e c’è voglia – e profumo – di grigliata nell’aria. Siamo sulle dolci colline toscane vicino a Pienza, al Podere Il Casale*, un’azienda agricola familiare autosufficiente – sia dal punto di vista alimentare sia energetico –con collaboratori che sono ormai parte di una famiglia allargata. Fattoria, caseificio e ristorante con terrazza con vista a strapiombo sul Parco Naturale Artistico della Val d’Orcia, di fronte al monte Amiata. Quindi, un posto bello bellissimo, utopico quanto basta, incontaminato e genuino, sul serio.

Ulisse e Sandra, marito e moglie, hanno dato vita a questa chicca organic&slow una trentina di anni fa: la decisione di cambiare vita per vivere al ritmo della natura e produrre cibo “buono, pulito e giusto” li portò a lasciare la Svizzera per il sud della Toscana. Ulisse fa il formaggio (a latte crudo), munge, semina, raccoglie, griglia, guida il trattore… Sandra si occupa dell’accoglienza degli ospiti e della casa, dei corsi di cucina e di caccia al tartufo… e Michael detto Micha (uno dei 5 figli della coppia) si occupa della gestione amministrativa del Podere, dell’organizzazione generale e del ristorante. Una decina di collaboratori aiuta la famiglia tra orti, pascoli, stalle, ristorante e camping. Tra loro da qualche mese c’è Federico, amico di vecchia data di chi scrive, il nostro passepartout alle meraviglie del Casale per la giornata.

Pranziamo con lui, che ci racconta di questo micro-mondo rurale. Dei 400 animali circa che abitano la fattoria: pecore, capre, maiali e galline in splendida forma a cui si aggiungono pavoni, asini, pastori maremmani, porcellini d’india e gattini. Di quello che mangiano per produrre latte nutriente, aromatico e ricco di sapore e carni preziose. Dell’orto multi-varietale in piena produzione, dei vigneti ordinati, dei pascoli e dei campi di grano. Di come ci sia sempre qualcosa da fare lì, dello strano silenzio, inquietante della “maledetta Primavera” appena passata e di tutto quello che la natura, rigogliosissima, ha prodotto mentre l’Italia intera guardava fuori dalla finestra. E della grande incertezza del “che ne sarà di noi” nel breve e lungo termine. Già, perché la vita agricola non si è fermata e non si ferma mai, gli animali devono essere munti, le verdure raccolte e i campi preparati. Senza ospiti tutto il bendidio prodotto al Podere ha rischiato il deterioramento, salvato da un e-commerce messo in piedi in emergenza e dalla community di affezionati clienti da tutto il mondo che non potendo andare in Val D’Orcia ha ordinato i prodotti del cuore a casa.

Vi ricordate il profumo di grigliata? Ogni domenica a pranzo Ulisse griglia a tutto fuoco; l’aroma di affumicato inebria chiunque passi (volutamente) per di lì e influenza la preferenza del menu grigliata mista, che solo la domenica si aggiunge alle opzioni della carta. Cediamo a provare tutti i piaceri della carne genuina del Podere, cotta alla brace ma prima ci intratteniamo con un tagliere misto di pecorini e caprini e uno di salumi della fattoria, crostini e sottoli. Menzione speciale per il Pecorino coda di rospo, il Pecoleggio e un caprino a pasta molle in stile francese che a causa della sosta in cantina più prolungata del solito (qualcosa di positivo l’ha portato questo Covid-19) ha raggiunto un grado di affinamento da grand fromage con note aromatiche più intense, fungine. Andiamo fuori di testa poi con il Capretto ripieno con carciofini e Il nostro orto nel piatto con pappa al pomodoro e raviggiolo, semplice e di una bontà disarmante; così come i dolci – Pavlova alle fragole dell’orto, Crescionda, panzanella, albicocche e acetosella e Latteruolo di capra al caramello salato – che ci autoconvinciamo di voler condividere con un assaggino a testa e finiamo per ordinarne ancora sfidandoci all’ultimo cucchiaio.

La semplicità non è una cosa semplice e lo slogan un po’ inflazionato dalla fattoria alla tavola non è una cosa semplice. Vuol dire: valorizzazione culinaria e godereccia di tutto quello che nasce, cresce e corre in azienda; filiera corta, talmente corta che forse manco serve chiamarla filiera; ortaggi che manco a dirlo sono di stagione, al momento giusto nel posto giusto; formaggi e carni che sono poesia, perché gli animali mangiano quasi come essere umani. Non accontentarsi della super qualità della materia prima, ma saperla anche trattare e rispettare.

*Al Podere Il Casale puoi: dormire nell’agricamping, mangiare al ristorante, fare corsi di cucina tradizionale italiana, lezioni di pizza o di panificazione, di pasta fresca; visitare la fattoria e assaggiare i prodotti. Andare a caccia di tartufo con Sandra e seguire Ulisse passo a passo nella produzione di formaggio a partire dalla stalla.

Testo di Alessandra Piubello

 “L’invenzione nella tradizione: questo motto mi piace”. Filippo Calabresi, trent’anni, nuovo responsabile vitivinicolo e titolare dell’antica Fattoria di Manzano (siamo a Manzano infatti, vicino a Cortona), poi conosciuta in tutta Italia con il nome di Tenimenti d’Alessandro. La storia risale al ’67, quando la Fattoria fu ricevuta come “bonus pensione” da Luigi D’Alessandro. Venne vissuta come una casa di campagna, poi i figli decidono di investirci alla fine degli anni ’80 per farci il vino. Inizia quindi un’intensa fase di sperimentazione, in un contesto, quello cortonese, caratterizzato da una produzione quantitativa. Emerge la vocazione di questi terreni, fatti di argille, limo e sabbia, bagnati dalla luce intensa della Val di Chiana, dal calore del sole, a un’altitudine compresa fra i 270 e i 330 metri, per piantare un vitigno che gode della sua massima espressione nella Valle del Rodano: la syrah. A questo affiancano nel ’91 il viognier, con le prime barbatelle. Il Bosco, syrah in purezza, venne prodotto nel ‘92. Da allora, molti enologi hanno collaborato con l’azienda: Marco Pallanti, Federico Staderini, Stefano Chioccioli, Luca Currado Vietti. Negli anni Duemila altre aziende cominciano in zona, da Stefano Amerighi a Fabrizio Dionisio, creando un enclave celebre per la Syrah, soprannominata il Rodano italiano. I D’Alessandro sono pionieri, tanto che grazie all’impegno profuso, nel ‘99 nasce la DOC Cortona. La famiglia Calabresi entra a far parte della compagine aziendale nel 2007, fino a rilevarla totalmente nel 2013. Il corpo vinicolo si estende su circa 30 ettari (22 a syrah, 8 a viognier) in conduzione biologica certificata dal 2016, per un totale di produzione di 95.000 bottiglie.

Filippo Calabresi

Parentesi: ma che magia il borgo! Ci sono voluti 6 anni per la sua ristrutturazione, per un risultato fiabesco, nella pace totale. Poi il resort-spa-piscina, con vista sulle vigne, sorprende per la cura dei dettagli; opere d’arte moderne valorizzano appartamenti che trasmettono il calore del focolare domestico. Creta Osteria, aperta nel 2018, con Mirko Marcelli come chef, chiude un percorso a tutto tondo.

E ora torniamo ai vini. Filippo, dopo i corsi WSET a New York, alcuni stage in California, Oregon e continui viaggi in Francia (ovviamente anche nel Rodano settentrionale), mette a punto una sua idea di conduzione vitivinicola. Non essendo enologo, all’inizio si fa aiutare da Luca Currado Vietti, con il quale stringe una profonda amicizia (ha lavorato in azienda per 9 anni, più a lungo di tutti i colleghi che l’hanno preceduto). Ma il progetto alla base era ben chiaro a Filippo: preservare frutto e freschezza nei vini destinati al consumo quotidiano (il Rosso, il Bianco, il Rosato), tramite l’impiego dei soli contenitori in acciaio; esaltare l’identità dei vitigni e sottolineare la complessità e la capacità evolutiva delle selezioni (Bosco, Migliara), grazie all’introduzione di tecniche che guardano alla tradizione vinicola della Valle del Rodano Settentrionale, come l’utilizzo del grappolo intero, la pratica del cappello sommerso ed i lenti affinamenti in vecchi contenitori di legno.

Filippo usa le vendemmie a scalare, sperimenta pied de cuve con lieviti indigeni. Una sterzata aziendale che ha comportato l’uscita dalla DOC, proprio per chi ne era stato il primo sostenitore, dopo che i vini furono bocciati dalla commissione per divergenze stilistiche. Filippo è molto appassionato, studia, ricerca, s’impegna con determinazione, si è persino ricavato due ettari fuori dall’azienda per sperimentare la biodinamica con un progetto tutto suo, DO.T.E. (Down to Earth). Dalle degustazioni effettuate, abbiamo notato un miglioramento fra l’annata ‘15 (la prima a firma di Filippo) e la ’16, soprattutto nel Bosco e nel Migliara. E, in prospettiva, dagli assaggi di botte, vediamo un percorso più a fuoco anche nel ’17 e soprattutto nel ’18. Ad maiora!

Tenimenti D’Alessandro

Località Manzano, 15

52044 Cortona (AR)

Tel: + 39 0575 618667

www.tenimentidalessandro.it

Testo e foto di Amelia De Francesco

Podere la Chiesa, come recita il nome, era un tempo possedimento ecclesiastico dove da sempre, pare, si producesse vino. Una storia che Maurizio Iannantuono, originario di Campobasso ma toscano di adozione da 37 anni, e Palma Tonacci, hanno deciso di perpetuare quando nel 2009 sono diventati i proprietari del Podere. Nel luogo più panoramico della tenuta, con vista sui vigneti, sorge dal 2016 la nuova cantina, la cui struttura è di cemento armato gettato. Studiata per essere funzionale e allo stesso tempo esteticamente piacevole, nella sua originalità, è una delle poche cantine in Italia in classe energetica A4. Comprende, oltre ai locali per la vinificazione e l’invecchiamento, una raffinata sala di degustazione dove poter assaggiare i vini in tutta tranquillità, immersi nella bellezza di una toscana diversa.

Il Podere la Chiesa, con un totale di 9,5 ettari a Terricciola e 5 a Peccioli, dove sono coltivati Sangiovese (circa 80%), Vermentino, Trebbiano, Merlot, Cabernet e Canaiolo, si trova nel cuore delle Terre di Pisa, nome della Doc, ma anche suggestivamente evocativo di tutto ciò che Pisa offre di natura e arte al di fuori del percorso turistico battuto dai più della Torre Pendente. Non poteva che essere così dato che Maurizio nelle potenzialità della zona (non solo vinicola) ha creduto sin dall’inizio, tanto da essere apripista insieme ad altre aziende, del progetto “Terre di Pisa” che sta unendo le realtà territoriali enogastronomiche e dell’accoglienza sotto un unico cappello per diffonderne la conoscenza.

E la sua lunga passione per il vino (“abbiamo bevuto varie migliaia di bottiglie prima di azzardarci a produrne uno nostro”, ci dice) si è concretizzata nel farlo, tanto che Iannantuono segue personalmente sia la parte in vigna che quella enologica in cantina; la prima annata interamente diretta da lui risale al 2009. L’azienda produce 5 vini rossi e 1 bianco, che non viene commercializzato però in tutte le annate, per un totale di 40 mila bottiglie all’anno. Con l’aggiunta di alcune vigne nuove, nel giro di qualche anno conta di arrivare a 60 mila. Tra i vini, alcuni fanno solo acciaio, altri anche un passaggio in legno. Per quanto riguarda la vinificazione, avviene al momento in acciaio, ma è in programma di utilizzare a breve anche il cemento. Le vigne più vecchie risalgono a circa 40 anni fa e dal 2018 tutte le uve sono certificate bio.

Per Palma e Maurizio, unire una delle loro più grandi passioni, il vino, alle altre è stata cosa naturale: ecco che i locali della cantina, dalla sala riservata alle degustazioni alla galleria che si affaccia sulla barricaia, ospitano mostre temporanee di arte che durano alcuni mesi (“il tempo di dare la possibilità a chi lo desidera di visitarle”). E poi il Jazz, che da alcune stagioni anima, con concerti di assoluto interesse e con artisti di calibro internazionale, il cortile antistante, come testimoniano alcune fotografie degli eventi presenti all’interno della cantina stessa.

Ecco alcuni dei nostri assaggi:

Chianti DOCG Terre di Casanova 2015. Le uve di questo vino provengono soprattutto dalle vigne di Peccioli, da un terreno molto ricco in fossili. Sangiovese 100%, che fa solo acciaio. Diretto, quotidiano, sa di macchia mediterranea, balsamico, bottiglia che rischia di essere finita prima di iniziare a mangiare.

IGT Toscana Sabiniano 2012

Sangiovese + 20% di Merlot e 20% di Cabernet 2012

Elegante vellutato, con una leggera nota erbacea e un fugace (che non sia troppo!) passaggio in legno

Giungiamo poi alle “tre fasi della trasmutazione dell’oro”: Opera in bianco (ancora work in progress…), Opera in rosso e Opera in nero

IGT Toscana Opera in nero 2012

Merlot 100%

Un vino raffinato, che sa di liquirizia e cioccolato, strutturato e di grande persistenza

DOC Terre di Pisa Opera in rosso 2012

Sangiovese 100%

Balsamico e vegetale, pur nella vicinanza con il mare mantiene una buona acidità tipica del vitigno. In Toscana diremmo: “un vino da bistecca”.

 

Podere La Chiesa

Via Di Casanova 66 A

56030 – Terricciola (PI)

+39 0587 635484

+39 333 8950855

www.poderelachiesa.it

Testo e foto di Amelia De Francesco

Ore 11,05, Una Hotel.

Entro con l’idea di sempre: seguirò un percorso ragionato, un giro di assaggi metodico, partendo da quanto mi sono persa finora nel 2017 agli eventi di vino. Ho una mezza giornata a disposizione, poche ore prima che le sale che ospitano Terre di Toscana si riempiano di gente (pur restando, diciamolo, godibili sino alla fine del pomeriggio).

Sto per cominciare, con la guida dei produttori alla mano, ma alcuni vini, ti dicono i primi amici che incontri, “tra poco saranno finiti”!, vedi il Sassicaia 2014 (di cui infatti mi accaparro subito qualche goccia, pur trovando assai più di mio gradimento il Guidalberto 2015). Subito dopo, detto fra noi, vuoi non cedere a un paio di Champagne, facciamo tre? Che si sa, si deve iniziare con le bollicine. Ed ecco il Barbier-Louvet Perlage de Rose e il Fernand Hutasse et Fils Brut Grand Cru. La colazione deluxe si può dire così terminata con somma soddisfazione. Ultima deviazione prima del giro ufficiale, Terenzi, Vermentino di Maremma 2016 e Viognier Montedonico 2016 (e non solo) che mi paiono un ottimo inizio.

Ore 11,25. Affronto la sala principale.

E lì ogni buon proposito di un procedere con lenta coerenza svanisce. Prima di tutto qualche saluto “ciao cara come stai? Ci rivediamo a Vinitaly?” (che poi è un tormentone enoico almeno quanto sotto Natale “se non ti rivedo auguri, eh!”), che fa sempre piacere e ci sta. Poi la guida ai produttori, presa diligentemente all’entrata, inizia a scivolare di mano mentre cerchi di reggerla insieme al cellulare scattafoto alla penna e al calice e decidi di infilarla in borsa. Poi ancora adocchi un vigneron amico o la tua passione in bottiglia ed è l’inizio della fine. O meglio: l’inizio di un allegro e sconsiderato movimento da un’uva all’altra (cercando di rispettare l’ordine primabianchi-poirossi), da una zona all’altra, di doc in doc con soste alle IGT.

Parto con Stefano Amerighi e con la grazia asciutta del suo Syrah 2014, proseguendo con i grandi classici di Argiano, Salvioni, Castello di Ama e Badia a Coltibuono (che mi riprometto di visitare quanto prima). Arrivo in quel di Pisa, a San Miniato, da Pietro Beconcini e le sue vigne. Ma ne parleremo più avanti. Un salto a Montepulciano, con il nobilissimo Boscarelli, che non sbaglia un colpo, e da Enzo Brini del Conventino (ma anche del Ginepraio, Dry Gin Toscano, nda) e di nuovo Pisa, ma stavolta verso il mare, a Riparbella, con l’assaggio di Caiarossa e del Terrablu di Podere Marcampo.

E ancora Antonio Camillo con il Ciliegiolo 2015, Canalicchio di Sopra con il Brunello 2012 (gran bell’annata questo 2012 per i Brunelli!). Senza tralasciare le vecchie annate, come il Villa Capezzana 2007, per esempio, di una doc che ho scoperto troppo tardi ma la cui conoscenza sto coltivando in tempi da record.

Le ore trascorrono veloci vagando per la Toscana del vino. Arriva il momento di chiudere il giro di degustazioni. A voi qualche appunto dal taccuino informatico della sottoscritta e l’invito a non perdere Terre d’Italia, di Acquabuona naturalmente, il 21 e 22 maggio 2017:

Terenzi – Purosangue 2014: uve provenienti da una vigna vecchia, Sangiovese 100%, prima annata uscita nel 2012, è velluto in bocca. Elegante e complesso, non si dimentica.

Pietro Beconcini – Vigna le Nicchie 2011, Tempranillo: un vino spiazzante, poderoso ma elegante, con note di cocco (eppure invecchiato in classiche barrique francesi) 2011 poderoso, da vigne di prefillossera.

Caiarossa – Oro di Caiarossa 2011: da uve di Petit Manseng, uno dei miei preferiti fra i vini dolci di Toscana, riposa in legno 18 mesi facendo la sua fermentazione in barrique. L’azienda ha 31 ettari vitati divisi in 51 parcelle, con tre varietà bianche e sette rosse. Tutte da provare.

Monsanto – Il Poggio 2011 Riserva: gran naso, riassunto esemplare di ciò che ti aspetti bevendo Chianti, nota dolce e levigata.

Colle Santa Mustiola – Poggio ai Chiari 2007: succoso, in bocca una bella freschezza, tannino smussato, tanto tabacco di quello buono.

Isole e Olena, Cepparello 2013: la purezza del Sangiovese. Non servono molte altre parole (lo dovete bere!).