Mini-storia
finissage
Gli ultimi giorni di Walden
Storia del menu di emancipazione di Cucina Rambaldi
Foto cortesia
Gli ultimi giorni di Walden
7 minuti

“Andai nei boschi perché desideravo vivere in modo autentico…”[1]

Insieme a On the Road e Il Giovane Holden, è Walden, ovvero Vita nei boschi il romanzo che ha plasmato la formazione di generazioni di noi adolescenti del secolo scorso, nei decenni fra il dopoguerra e la new economy, in cerca di autenticità, che rifiutavamo il conformismo dei valori tradizionali, e anelavamo a una libertà essenziale. Quando l’inquietudine di quegli autori intercettava la nostra, alla lettura delle loro pagine ci sembrava di ricevere le tavole di Mosè: finalmente qualcuno ci capiva. E noi capivamo qualcuno.

Beppe Rambaldi proviene da questo terriccio, e già solo dalla sua sete di cazzeggio si capisce che lui non ha abdicato all’adolescenza, ma anzi l’ha coltivata, continuando a nutrire la tensione verso una vita libera da condizionamenti e la capacità di giocare senza scopo, vivendo la sua alienazione dal mondo adulto – che anagraficamente lo vorrebbe inquadrato nel percorso lineare e rasserenante di una vita compiuta e definibile – perseguendo, come un vagabondo del Dharma, la ricerca “disordinata ma sincera” della verità. Qualsiasi cosa “verità” significhi.

A Cucina Rambaldi in quel di Villar Dora, nell’autunno/inverno del 2025 Walden non era ancora Walden ma una serie di gusti che stavano trovando una loro compiutezza insieme al senso stesso del nuovo menu che Beppe avrebbe proposto nel 2026.

In quei mesi era lì che ravanava fra testa, cuore e stomaco il concetto di “wild”, ed era già evidente fra le pieghe di una esposizione arruffata del pensiero che la sua idea di “selvaggio” come sinonimo di libertà fosse più figlia degli Steppenwolf[2], che del filone antropologico da Rousseau a Lévi-Strauss.

È in una notte di fine novembre che wild trasmuta in Walden.

Al termine di una serata tra amici che avevano assaggiato i suoi piatti in anteprima, qualcuno lancia sul tavolo questa parola, evocando le atmosfere del romanzo di Thoreau.

Walden, testo antico e ottocentesco, divenuto poi pilastro della beat generation, il cui nome stesso nella sua etimologia inglese antica rimanda all’idea di una “valle boscosa” ma non per questo inesplorata, contiene la natura, ma ne rifugge l’idea kitsch; contiene il “selvatico”, ma non ha nulla a che spartire con il “selvaggio” di maniera, con lo stile nordico o il cook it raw.

Walden è il selvatico dell’inquietudine giovanile, che racconta un’impresa solitaria di un uomo isolato ma per nulla solo, mentre fa la sua dichiarazione di amore e odio verso la società, reclamando l’autonomia. Perché, soprattutto, Walden è una storia, un menu di emancipazione: dal “noto” e da quel “percorso lineare di una vita compiuta” che non è il semplice rifiuto di logiche economiche o sociali, è libertà.

Walden è libertà! Di pensare, essere e interpretare!
Si legge sotto al nome del menu quella che più che una tagline è un grido liberatorio urlato a squarciagola, un manifesto che ci catapulta fuori dai cancelli di scuola, con la tolfa a tracolla.

Walden è libertà! Di pensare, essere e interpretare!
A leggerlo tutto d’un fiato viene da chiosare con un liberatorio: “eccheccazzo!”

E sapete che c’è? Farlo funziona. Dopo averlo mentalmente gridato tutto (chiosa compresa) neanche hai ancora cominciato a mangiare che ti senti già più leggero. C’è qualcosa di nuovo che recepisci, che ti gasa, perché nella sua semplicità linguistica c’è tutta la carica di un percorso faticosissimo che ora ha trovato la forma con cui farsi sentire.

Senza nulla togliere all’archivio gustativo storico dei piatti di Cucina Rambaldi, ai suoi classici sempre in carta e agli effimeri che passano e lasciano (oppure no) il ricordo, con Walden Beppe porta tutto su un livello diverso, si stacca dal noto, dall’aspettato, e se ne va nei boschi.

Ma la sua non è una fuga, è più la ricerca di un luogo appartato, “non fuori dal mondo, ma abbastanza lontano dal mondo per non sentirne più il rumore“[3], ed è in quel luogo che bisogna raggiungerlo per godersi sette splendide portate, risultato felice della felicità di chi ora grida, dopo un lungo silenzio durante il quale ha molto rimuginato chiedendosi se quello che stava facendo fosse giusto, o se era una rivalsa, su chi poi, su cosa.

Tanto tempo trascorso, mentre intanto sentiva che più rimuginava più andava in fondo alle cose, e più andava a fondo più aveva l’esigenza, quasi una ossessione, di pulire pulire… Pulire per capire, per arrivare all’essenziale, come Thoreau, che nella sua dimora aveva compreso che la felicità è “semplificare. Togliere. Tagliare fino all’osso“.

Attenzione, però: essenzialità non significa privazione, né disconoscimento.

Avete presente il Jenga, il gioco dei mattoncini di legno da sfilare senza far crollare la torre? Il nome deriva dal verbo swahili kujenga, che significa “costruire”.

Togliere per costruire, senza far crollare; spogliare il bisogno materiale del superfluo, senza buttare via niente ma ricollocando tutto.

Questa è l’essenzialità che serve alla consapevolezza. Una sorta di Jenga dell’io che, inizialmente, pretende un’indagine solitaria perché se fin da subito fosse un processo collettivo, puzzerebbe di aperi-mindfulness con le amiche. Dopo diventa esperienza condivisa: come ci ricorda Wu Ming 2 nel rileggere Thoreau, l’isolamento nei boschi ha senso solo se concepito come un esperimento per conto della comunità che mette in moto una dinamica quasi magnetica e restituisce a tutti noi una verità comune: “dosi abbondanti di selvatico rieducano l’individuo a sentire la vita, che è un brulicare del cuore e dello stomaco. E se il cuore batte in ciascuno a un ritmo diverso, lo stomaco è più o meno lo stesso per tutti”.

In Walden non c’è una portata che non crei questo brulicare, ma due su tutte segnano il passo, e fanno innalzare un peana al gusto (cuore e stomaco): la Pernice Walden e le Linguine “al sangue”.

La prima piena di passaggi – di esecuzione e servizio – densa di sensazioni tattili, olfattive, acustiche: un trionfo del paesaggio intorno, e per paesaggio intendo non solo l’evocazione del bosco frusciante sotto le zampe della pernice, c’è qualcosa di più ampio. Penso all’opera di Penone – Respirare l’ombra. Come in quella stanza interamente rivestita di foglie d’alloro, dove lo spazio vitale diventa un polmone olfattivo e l’artista cancella il confine tra l’essere umano e la natura, con la pernice Walden non stai solo mangiando un bosco evocato; ne stai assimilando l’ombra e la linfa, lo stai respirando, ed è un profumo antico, legato alla memoria della terra e della cultura.

Le seconde sono la summa della pulizia, monocrome e silenti.

Chi ha mai assistito alla festa del maiale, il rito contadino del ciadlé ëȓ crin, conosce i suoni quasi insopportabili che lo caratterizzano, e poi quel silenzio successivo, che è il silenzio sacro del lavoro, del freddo di novembre e del sangue che scorre.

Le Linguine “al sangue” sono quel silenzio lì.
Un piatto che toglie tutto il rumore di fondo per arrivare all’essenza del rito, dove il sapore è primordiale, concentrato, assoluto.

Se la pernice è il bosco vivo che respira, il sangue è l’anatomia del selvatico.
Walden a giorni cambierà.
Ho aspettato la fine della corsa per raccontarlo, perché amo i finissage più dei vernissage: regalano una sana dose di FOMO postuma a tutti quelli del “poi ci vado”, del “ma come, è già finito?”, del “non sapevo / non avevo capito”, e a quelli che arrivano lunghi, tipo chi aspetta un invito per poter dire quanto l’artista sia bravo.

Beppe certo rimarrà lì, ma se lo andrete a cercare nel bosco, già adesso che state leggendo, probabilmente non lo troverete più.
Si sa, un adolescente inquieto non sta mai fermo.

“Lasciai i boschi per una ragione altrettanto valida di quella per cui vi ero andato.
Forse mi sembrava di avere parecchie altre vite da vivere“[4]


Posto
Italia/Piemonte/Torino/Villar Dora
Cucina Rambaldi

[1] Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi – ed. Einaudi ET Classici

[2] playlist: “Born to be wild”, Steppenwolf, 1968 – oppure guardatevi Easy Rider (1969)

[3] Paolo Cognetti, Il ragazzo e il lago – introduzione a Walden, op. cit.

[4] op.cit.


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