Mini-storia
dietro alla notte degli osti
Alberto Ritrovo, una vineria con cucina nata da un ritorno
Apparecchiare la tavola per gli angeli
Testo di
Giorgio Christopulos
Foto di
Antonio Alaimo
Alberto Ritrovo, una vineria con cucina nata da un ritorno
8 minuti

In piazza Porta Dogana, a Eboli (SA), si trova Alberto Ritrovo, vineria con cucina di Giovanni Sparano e Laura Fantastico. Giovanni e Laura organizzano La Notte degli Osti, festival enogastronomico che quest’anno si è tenuto il 24 e il 25 giugno, celebrando la sua sesta edizione. Queste parole vorrebbero essere il ritratto appassionato dei suoi due ideatori.

Lungo gli Appennini si balla e si piange. Naturalmente, in tutto questo, le montagne di per sé non hanno nessuna colpa; è ciò che accade sotto di loro che ci fa sussultare, ci squassa e, talvolta, ci seppellisce sotto gli stessi materiali che avevamo impiegato per costruire un riparo. Succede, agli inquilini della superficie, di subire l’azione di forze che si sviluppano lontano dallo sguardo. Così, per la terra su cui poggiamo i piedi, sono i processi geologici; così, per le donne e per gli uomini, sono i movimenti dell’animo che preannunciano gli spostamenti, i traslochi, le rilocalizzazioni. In questo modo, da un sismo emotivo – la morte di un padre: Alberto Sparano, è nato Alberto Ritrovo.

Gli affetti, ce li si porta appresso. Quando ricevette la notizia che a Eboli suo padre non c’era più, Giovanni Sparano stava già da molti anni a Parma. Per lui, Parma era stata molte cose. Lì si era sentito libero per la prima volta; lì, accanto al Teatro Regio, aveva scorto delle persone in coda, a cui aveva chiesto, poco dopo, cosa stessero facendo. “Si stanno tenendo le audizioni per i figuranti”, si era sentito rispondere. Buono a sapersi, dal momento che Giovanni, che allora lavorava come cameriere in una pizzeria, stava pensando di cambiare mestiere. A quell’epoca, l’opera era già parte della sua vita. Ce l’aveva fatta entrare, già molti anni prima, la voce della nonna. La vecchina, al fine di dribblare le lamentele dei nipoti, aveva trovato una tecnica ingegnosa: ogni rimostranza diventava oggetto di ripresa operistica, e trovava come sola risposta qualcosa che la nonna aveva sentito nelle arie ascoltate recentemente in radio.

Il teatro – il teatro inteso come azione di forze, relazione, décor –, in compenso, Giovanni lo scopre a Parma: le prove, i costumi, i tessuti, l’odore del legno, l’atmosfera elettrica che si vive tra i loggionisti. Non solo suono, voce, melodia; ma, anche, la dimensione sinestetica dell’esperienza. Là il teatro, oggi il vino. Già, perché a Parma Giovanni incrocia i passi dell’oste: Diego Sorba. Sparano non è un cliente dell’Enoteca Tabarro, né lo diviene. Tuttavia, quelle prime volte che si mossero insieme, Giovanni deve essersi sentito come a teatro. Guarda qualche volta Diego esibirsi; inconsciamente, lo osserva, ne impara i passi e, senza saperlo, si prepara a cucirli addosso a sé stesso. Di lì a poco, li adatterà, li reinterpreterà; ne farà il suo habitus. I due, si legano: certo di amicizia, ma soprattutto di complicità. A Parma, Giovanni aveva già una sua attività – un bar, il Gran Caffè dei Marchesi di Parma, che ha tenuto dal 2005 al 2019 – e già organizzava, dal 2007, un importante festival di musica d’autore: il Barezzi Festival.

Ora, con Diego, nuovi sogni – tra cui quello, sfumato per pochissimo, di celebrare Novecento di Bertolucci nella cascina dove il film è stato girato, con le musiche del film eseguite dal vivo e dirette da chi le ha composte, Ennio Morricone.  A Parma, Giovanni non è solo. C’è sua figlia Clelia, che, a Parma, ci era nata e ci aveva imparato ad amare l’orizzonte piatto della pianura, le sue luci diafane, la zucca delle farce dei tortelli e perfino la nebbia: tutte cose che rimpiangerà nei primi anni di vita in Campania. E, insieme a Giovanni e a Clelia, a Parma ci sono anche Laura – che, nel quotidiano, oltre a essere persona talentuosissima, è anche, dell’uno moglie, dell’altra madre – e un figlio, per il quale Giovanni aveva insistito affinché gli fosse dato lo stesso nome del nonno: Alberto, appunto. Si apprestavano tutti a lasciare definitivamente Parma, eppure nessuno ancora lo sapeva.

Proprio come quando a tremare è la terra, anche i sommovimenti dell’animo rilasciano un’energia che, propagandosi, scuote dall’interno ogni centimetro della nostra persona. Curiosamente, Alberto Sparano si era occupato, da geologo, del terremoto che aveva colpito parte delle province di Avellino e di Salerno, oltreché delle zone della Basilicata e della Puglia, nel 1980. Così, quando comprese che a Eboli suo padre non ci sarebbe più stato, Giovanni visse uno sconvolgimento profondo che richiedette una riconfigurazione affettiva. Lasciare Parma, fare posto a Eboli. Fare posto a Eboli dentro di sé. Soffrire in un luogo o in un altro, non è la stessa cosa. A titolo d’esempio – parlando del carattere implacabile della città, un amico ci ha detto una volta che “À Paris, la tristesse, on se la trimballe partout”; come a dire, a Parigi, quando soffri, la tristezza ti segue dappertutto. In altri luoghi, si soffre in altri modi. L’errore viene forse da qui: sbaglieremmo se pensassimo che la città – ogni città – è il palcoscenico sul quale si animano i nostri sentimenti. È, invece, vero il contrario: noi siamo il teatro, noi la sala buia; con lei che si dimena dentro di noi, battendo il capo negli angoli, scuotendoci le pareti. Noi non abitiamo la città: è lei l’ospite, lei che vive in noi. Giovanni, a quel punto, sente di dover fare posto a Eboli. Dopo lo smarrimento, è deciso a rintracciare, a recuperare. Questo impone di vedersi di nuovo, dopo la separazione: ricongiungersi, possibilmente riunirsi. La perdita produce in Giovanni un ritrovamento interiore. Sorprendentemente, ha ritrovato dentro di sé ciò da cui pensava di doversi congedare – Alberto; ma, ora, deve tornare incontro a sé stesso, incontro a ciò che, in tutto questo, potrebbe smarrirsi. Il senso di Ritrovo, più che quello del sostantivo,diventa quello di un verbo coniugato alla prima persona.

Alberto Ritrovo apre il 29 giugno 2019, pochi giorni dopo il trasferimento a Eboli di Giovanni, Laura, Clelia ed Alberto. Anche in occasione di questa complessa transizione, Laura Fantastico è il perno – e questo non sorprende nessuno. Donna colta, intelligentissima. Intuitiva. Anche lei si intende di terremoti. Per atavismo, però; dal momento che viene da Messina. Anche Messina dondola; uno dei terremoti più devastanti è quello che l’ha scossa nel 1908. Anche lì si balla e si piange, tanto che una parte dei geografi non esita a qualificare i monti che circondano la città, i Peloritani, come Appennino Siculo. Questa città affascinante vive un destino complesso. Più che porto, è una città-ponte: troppo spesso, chi sbarca, si sbriga verso Catania, o si affretta verso Palermo. Per una ragione o per un’altra, ci si spiccia. È un po’ come se Messina fosse la soglia psichica della Sicilia: ci si attarda qualche istante, poi si mette un piede dentro e si prosegue oltre. È una città che si attraversa distrattamente, e dove ogni viaggiatore passa – colpevolmente – lasciandosi dietro un potenziale di bellezza destinato a ripresentarsi ad ogni successivo viaggio: Messina, città paziente.

Città paziente – proprio quest’ultimo aspetto diventa la chiave di volta di quell’edificio che è la personalità di Laura. Questa città comprensiva vive dentro Laura, e si sposta con lei. Anche quando va a Napoli – che non ama – per studi. Studia Beni Culturali, ma si appassiona soprattutto all’Antropologia: in questo modo, si innamora del Brasile; dove immagina di partire, ma non partirà. Eppure, il Brasile, questa terra indulgente, continua a ispirarla, da lontano – anche oggi. Questo Paese gioiosamente sincretistico, che l’ibridazione sembra attraversare con la potenza e la noncuranza di un grande fiume, fa risuonare qualcosa in lei, qualcosa che vibra e che, vibrando, sposta.

Ancora una volta, emotività sismica.

Da un lato, quella che ha dato origine a Laura: figlia di un amore dirompente che scuote i rapporti familiari, e che è interrotto solo dalla prematura scomparsa del padre. Emotività sismica che, spostando, avvicina – incantevole paradosso di cui beneficiano tanto la geologia quanto i sentimenti: con le sorellastre, Laura ha un meraviglioso rapporto. Dall’altro, quella di Laura cuoca, che cucina non per toglierti la fame, ma per farti assaporare quanto siete vicini. “La cucina è la cosa meno importante qui”. La cucina è un epifenomeno: una scusa, un pretesto. Il piatto, sia come ricetta che come oggetto fisico, è solamente un’occasione (che, come sostantivo, incorpora, nella sua traiettoria semantica – prima ancora che etimologica –, occidӗre: “cadere”, “cadere davanti”): ciò che ci si presenta davanti non è tanto una ricetta, per quanto squisita; bensì un incontro. La pietanza è il trucco ingegnoso, irresistibile, escogitato da Laura per farti sedere alla sua tavola. Ma questo gesto di seduzione mediata – condurre a sé grazie a un prelibato boccone – non equivale a “prendere per la gola”; significa invece offrire l’occasione di vivere un momento di intimità.

Il senso profondo del cucinare di Laura non è, quindi, di calmare l’appetito, ma di preparare un accadimento: quello, sedendosi, di riconoscersi più vicini di quando si era arrivati. Da parte di Laura, questo è, in fondo, un po’ come apparecchiare la tavola per gli angeli. Ecco, infine, il senso delle persone e dei percorsi da cui Alberto Ritrovo ha trovato origine: più ancora che il ritrovarsi, il tenersi vicini.


Articoli correlati
Cose che non sapevi di voler leggere