Vestita con un abito tradizionale di Sumatra Occidentale, dalle sfavillanti tonalità rosse e dorate, la giovanissima Laurencia De Richo mescola in un pentolone il Rendang, tipico piatto della zona composto da manzo, spezie e latte di cocco. Il video prosegue con immagini di templi e villaggi in cui lei, sempre bellissima, promuove il suo brand Unikayo, creato nel 2020 all’età di 17 anni, per proporre alle nuove generazioni il rendang in versione facile e veloce, da fare a casa comodamente, anche in pigiama volendo.
Una rivisitazione contemporanea per diffondere una tradizione culinaria antichissima che le è valsa la nomina dal Ministro della Gioventù e dello Sport indonesiano di Pioniera Nazionale dei Giovani in Indonesia nel Settore Alimentare e altri importanti riconoscimenti. Questo è uno dei tanti progetti presentati all’Ubud Food Festival il più importante evento culinario indonesiano, svoltosi dal 30 maggio al primo giugno a Bali. Un evento che quest’anno ha proposto un tema trasversale, in grado di sollevare una riflessione molto più ampia e necessaria, oltre i confini della singola celebrazione: Heritage, tradotto Eredità.


Partendo dal contesto geografico e demografico è indubbio che l’Indonesia sia una nazione dalle caratteristiche straordinarie. Sappiamo però ancora molto poco sull’arcipelago più grande del mondo. Complice la scarsa presenza di citazioni sui libri di storia così come nelle news quotidiane attualmente diffuse dai media, se non fosse per il turismo a Bali e poco altro, come raccontato da David Van Reybrouck nel suo capolavoro Revolusi un libro in cui ripercorre la storia indonesiana dalla prospettiva di chi è stato colonizzato e ha lottato per la libertà portandola all’indipendenza. La stessa lotta condotta dai giovani e che in seguito permise la realizzazione della Conferenza Asia-Africa di Bandung nel 1955, un evento che, ebbene sì, “avrebbe condizionato la totalità della vita umana su questa Terra”.
È il quarto paese più popolato al mondo dopo India, Cina e Stati Uniti con 268 milioni di abitanti (una persona su 27 è indonesiana) nonché un arcipelago con più di 17.000 isole, trecento gruppi etnici, settecento lingue. Possiamo solo provare a immaginare la vasta ricchezza di tradizioni culinarie di cui è composta. Così come durante la Revolusi furono i giovani a determinare la libertà del Paese anche nel preservarne le meravigliose tradizioni culinarie, fatte di influenze provenienti da tutto il mondo, sono sempre loro in prima linea.



Come la giovane Laurencia, anche il quasi coetaneo Ahmad Fadhil ha deciso di far rivivere un’antica tradizione di Sumatra Occidentale questa volta partendo dalla natura. Con il brand Home of Kawa ha creato un progetto dedicato alla reintroduzione del kawa – un tè tradizionale a base di foglie di caffè dalle proprietà calmanti e antiossidanti – con l’intento di rispettare, onorare e lavorare insieme agli artigiani che ancora conoscono e usano le pratiche sostenibili di coltivazione.
Tramandare saperi ancestrali, in questo caso di famiglia, è anche lo scopo di Vanessa Kalani, giovane erborista indonesiana fondatrice di Jamu BAR e altre linee ispirate a questa bevanda dagli innumerevoli benefici. Realizzata con radice di curcuma, zenzero, limone, le cui varianti possono includere tamarindo, cardamomo, cannella, altre spezie e fiori è da più di mille anni utilizzata per qualsiasi malessere fisico oltre che per aiutare i neonati a sviluppare il sistema immunitario applicandone una piccola quantità, mischiata alla saliva della madre, sulla pelle. In origine le donne esperte in questa tradizione – tra cui la nonna di Vanessa – si recavano nei mercati locali per dispensare consigli sulle quantità e sugli ingredienti con cui preparare questo elisir della salute a seconda delle necessità specifiche della persona. Anche questa tradizione si sta proiettando nella contemporaneità e, a oggi, attraverso Jamu BAR viene proposta in versioni adatte anche ai palati più delicati, ma preservandone le proprietà curative.



In Indonesia sono proprio le piante a essere il tesoro più prezioso. Le centinaia di varietà presenti nella giungla vengono utilizzate da secoli per ogni necessità quotidiana, un legame ancestrale che la giovane chef Made Masak cerca di preservare approfondendo la storia della sua isola, Bali. “Continuo a pormi domande rispetto a quello che stiamo vivendo a livello globale. Perché dobbiamo mettere l’etichetta ‘biologico’ a un alimento che dovrebbe essere definito per natura così mentre consideriamo ‘normale’ quello che deriva da coltivazioni chimiche? Non voglio giudicare ma riflettere” racconta in una lunga chiacchierata che ci porta a scoprire anche il suo legame con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. È da questo che è iniziata la mia ricerca focalizzata nel foraging nella giungla. Abbiamo in natura tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Perché non ci insegnano a riconoscerlo? Quando ho visto per la prima volta la moringa in un super mercato, a un prezzo elevato e definito un super food, sono rimasta molto colpita. È una pianta presente in natura, accessibile a tutti e tutte. La tradizione culturale di Bali si basa su questo rapporto inscindibile con la natura come scritto nei Lontar i manoscritti in cui gli antenati hanno inciso lezioni di vita, medicina, filosofia, anche come costruire la casa, l’importanza che all’interno di essa ci siano il giardino, l’orto, gli animali… Stiamo vivendo un ritorno alle origini ma dobbiamo chiederci perché siamo arrivati fino a qui”.
Per strada i ragazzi e le ragazze mangiano piatti tipici della zona. Che sia Nasi Goreng, riso fritto con pollo, uova e verdure o in altre varianti, oppure Bakso polpette di carne di mucca o pesce o maiale nel brodo servite con noodle, i mercati locali pronti fin da prima dell’alba per proporre verdura appena raccolta dai campi o forse dal proprio giardino, il contatto diretto con gli antenati e la natura sempre presente anche nelle cerimonie induiste dove esotici e colorati ornamenti fuori dai templi si mischiano al profumo dell’incenso e delle musiche… A Bali, come in ogni isola dell’Indonesia, non c’è separazione. È un caos semplice e funzionale, sicuramente anche divino, in cui ogni cosa coesiste con l’altra donando gioia a chi ne viene a contatto. La cucina si riflette in questo con migliaia di piatti custodi di sapori ancora sconosciuti per chi vive in Occidente, profumi rivelatori di una storia, di vite intrecciate da saperi, lotte per la libertà, affetti famigliari, dove non puoi approcciarti con la mente per capire ma solo con il cuore, per sentire.


“È tutta una questione di amore quando si cucina” racconta Sisca Soewitomo leggendaria chef indonesiana e autrice di tantissimi libri. “Seppur la nostra ricchezza sia la diversità posso riassumere la nostra cucina in tre salse da poter realizzare in modo semplice e accessibile a tutti e tutte. Partendo da una base di scalogno e aglio possiamo creare una salsa bianca aggiungendo candlenut (nocciole indonesiane) tritate, una rossa con peperoncino e una gialla con la curcuma. Cucinare fa parte della mia vita, l’ho ereditato da mia madre e da mia nonna. Credo sia importante per preservare e far evolvere le nostre tradizioni, per creare un ponte di dialogo tra le diverse generazioni, trasmettere ai giovani fin da piccoli quanto sia preziosa la nostra eredità”.