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Words by David J Constable

Quique Dacosta was back in London last month, three months after opening Arros QD, his first restaurant outside of Spain. Arros – the Catalan word for rice – promises a fine dining “evolution of paella”, and, following a € 4.8 M investment, is set to make the Valencian peasant dish the new star of London fine dining. This finely tailored chef – in monogrammed, carnation white shirt and a neatly-barbered beard – is the latest in a line of Spanish superstars to try their luck in the UK capital – Eneko Atxa, David Muñoz and Elena Arzak having established themselves with varying degrees of success – and is setting his sights on taking paella upscale.

Arros QD – the kitchen
Photo credit: Kalen Armstrong

The image of Spanish rice abroad has for too long been that of a lurid, yellow mass of paella – actually the name of the pan it’s cooked in rather than the dish itself – studded with tough chicken and prawns. “Paella is one of the best-known dishes around,” the chef tells me, “yet it is also one of the most mistreated”. Paella, according to Dacosta, has lost its way, bastardised across the globe and mass-produced on a depressing scale. “When you put paella on the table, things become more friendly,” he tells me over a large “Paella Valenciana” consisting of rabbit, chicken, garrofon beans, rosemary and traditional aioli. “Paella is a celebration, a sharing plate, but it has lost its identity”.

It’s difficult to argue. Supermarkets churn out their ghastly fake-styles, passing them off as classic and traditional paella, and creating a sort of Frankenstein-concoction between jambalaya – a pot of red rice loaded with smoked andouille, chicken, shrimp and a sofrito-like mixture known as the “holy trinity” in Cajun cooking, consisting of onion, celery and green bell pepper – and Valencian paella. In what Dacosta calls “an unforgivable decision,” Jamie Oliver further corrupted the recipe by suggesting that chorizo be added. Dacosta bulks at the idea. “Would you put chorizo in fish and chips?” he snorts. I shake my head in agreement, but am not entirely sure myself.

Paella cooking
Photo credit: Kalen Armstrong

A self-taught chef who operates on the gastronomic cutting edge and hold three Michelin-stars, Dacosta blends respect for tradition with a desire to innovate. Arros in paella has initially been a celebratory Sunday dish, and according to Dacosta, should take up to two hours to cook, including vegetable preparation and a stock made from scratch. When complete, the dish sits in a spectrum of rice dishes ranging from soupy arros caldosa to stew-like arros meloson. But in his Dénia research kitchen, Dacosta has created tessellating steel trays called chapas that can cook rice in an oven as well as on an open flame and can be arranged in patterns on the table. “The fire is our guide,” he says. “But it’s not just the heat, it gives an aroma. It’s like an extra ingredient. The way you manage the fire, it has a bit of magic.” When he posted a video on social media of him using a pre-made stock, it made the Spanish papers.

Full vegetables paella
Photo credit – Kalen Armstrong

The focus of Dacosta is to project rice into the high-end gastronomy scene. As one of the most recognised experts in the field of rice and paella, he seeks to challenge preconceptions and restore Valencia’s rice culture to its rightful place, while introducing the technique of true and authentic paella to London and the world. “Bringing our tradition and gastronomy to London is an exercise of commitment and responsibility, which fills me with excitement. The thing that was important for us,” he continued, “was not just to bring the recipe itself, but also the methods, the tradition.” Perfect rice, Dacosta stresses, isn’t stirred like the Italian risotto. It also has a crust, something that must be scraped from the pan, called socarrat. “If you don’t have any knowledge about this, you might think it’s burnt, but that’s where all the flavour is.” I can attest, the blackened, crispy socarrat is a delight and certainly worth fighting over, and the two paellas I sampled, the best I’ve had – despite no chorizo.

Chef’s table
Photo credit – Kalen Armstrong

ARROS QD

64 Eastcastle Street

London W1W 8NQ – UK

Tel: +44  0 20 3883 3525

www.arrosqd.com

Testo di Gualtiero Spotti

Originaria di Greenwich, ma cresciuta nel Kent, la trentaduenne Sarah Barber è la pasticcera del momento sulle sponde del fiume Tamigi. Un po’ perché ha da pochi mesi preso in mani le redini di una vera e propria Ferrari quale il Café Royal, hotel cinque stelle e caffè (l’unico con vetrine su tutta Regent Street) a un tiro di schioppo dalla centralissima Piccadilly, oltretutto a metà strada tra il ricco e ben frequentato quartiere di Mayfair e il più alternativo e vivace Soho. E poi perché le sue creazioni dicono molto di una lunga carriera trascorsa, almeno sino ad ora, frequentando i laboratori di importanti hotel quali il Ritz e The Connaught, oppure il Dinner di Heston Blumenthal. Nel suo repertorio si trovano classici anglosassoni e non solo, si passa agilmente dai macaron ai petit gateaux, dalla pralineria a piatti veri e propri, con intrusioni azzeccate quali il foie gras, i carciofi, l’avocado e il formaggio di capra.

Non c’è da stupirsi che il Café Royal, oltre ad essere un negozio dove sostare per un semplice espresso e per un biscotto da assaggiare al volo, si sia trasformato in un vero e proprio ristorante da dessert (il primo a Londra) aperto per cena, dove si può fare la curiosa esperienza di un intero pasto dolce scegliendo tra diversi percorsi che si muovono tra sapori nostalgici e creatività più marcata. Anche se da queste parti la tradizione rimane sempre un valore molto forte e Sarah, occupandosi della pasticceria più classica che finisce sui tavoli del celebre Oscar Wilde Bar, all’interno dell’albergo, sa bene come replicare lo stile anglosassone attraverso deliziosi Victoria sponge, una Battenberg (è la sponge cake di marzapane), un muffin o un toast.

Tutti perfetti per il rito incrollabile dell’afternoon tea. Ma alla fine è il lato più estroverso e moderno della pasticceria di Sarah a far colpo, come dicono bene le creazioni riportate nel suo primo libro Patisserie Perfection, pubblicato lo scorso anno, e molti dei piatti che si trovano nel menu del Café Royal. Dalla “citrosa” Jaffa cake (con mandarino, grue e confit), uno dei suoi signature dish, alla femminile Queen of Hearts, tra champagne, rose e ribes.

Oppure, ci si lascia tentare dall’incrocio di gusti dell’originale Milky Way, con formaggio di capra, miele selvatico e una neve di barbabietola. Altra curiosità è il wine pairing proposto per ogni singolo piatto dolce, non facile forse da sostenere sulla distanza di un intero pasto, ma sufficientemente intrigante da attirare l’attenzione del gourmand che ama le scommesse, visto che mette in fila, tra gli altri, un Sake, un Prosecco, un Sauternes, un Porto e perfino un Pouilly Fumé. Con risultati a volte sorprendenti. E per questa estate, cosa si trova al Café Royal? Sarah Barber non ha dubbi: “il menu dei dolci si aprirà alla frutta e a preparazioni forse meno impegnative, certamente più in linea con il clima della stagione. Sempre mantenendo un occhio alla tradizione, ma sviluppando l’estro e la creatività. Non solo, molti dei piatti presenti in carta saranno disponibili per l’asporto”.

Café Royal

68 Regent Street

Londra

www.hotelcaferoyal.com

Testo di Gualtiero Spotti

Il gin è tornato di moda ormai da qualche stagione, nei bar che contano, nelle preferenze della clientela e nella lista di acquisto dei migliori mixologist. Va da sé che la Mecca per gli amanti di questo distillato caratterizzato dalla presenza delle bacche di ginepro rimane Londra, pur essendo il gin di fatto nato in Olanda nel Seicento. Ma è nella capitale inglese che nel corso dei secoli ha avuto più successo diventando un prodotto di largo consumo, ed è proprio all’ombra della Torre di Londra che sono nate le principali distillerie, come nel caso della celebre Beefeater.

Oggi giorno però non basta affidarsi ai grandi marchi internazionali e si va di continuo alla ricerca di selezioni particolari, di artigianalità, di piccoli produttori che sanno rendere più personale e unico un distillato, magari con la propria lista di botanicals. Così il mercato si è ampliato a dismisura offrendo diverse opportunità. Una di queste è stata colta da un gruppo di nove appassionati, un team affiatato che ha costituito un paio di anni fa la East London Liquor Company a Bow Wharf, nell’East side di Londra oltre Bethnal Green (la fermata della Tube più vicina è Mile End), sulle ceneri di una vecchia fabbrica di colla e in un’area in fortissima espansione, che molti già vedono come la Shoreditch del futuro.

D’altro canto la Grande Londra offre da tempo spunti interessanti anche nelle più sperdute aree periferiche, certo un tempo un po’ malfamate, ma oggi teatro di grossi cambiamenti e dove si fanno strada i figli di una generazione multiculturale sempre più dinamica e propositiva. La East London Liquor Company per non sbagliare si è portata avanti, e non è solo una distilleria artigianale con una produzione limitata ma estremamente interessante di tre diverse tipologie di gin, un whiskey, una vodka e un rum, ma è anche un piacevole angolo di sosta per uno snack o un sandwich, oltre a poter contare su un bar elegante caratterizzato da caldi interni in legno (con vista sulla distilleria dove gli alambicchi lavorano incessantemente), perfetto per fermarsi di fronte a un paio di ottimi cocktail, come il Something Hoppy This Way Comes, che unisce il Demerara Rum della casa all’amaretto, al lemon juice, al bianco d’uovo e a una pale ale locale. Oppure il Dyonisos #2 With a Vengeance, un conturbante mix di premium gin Batch N°1 (una delle selezioni della ELLC), baklava di pistacchio, liquore di radici di erbe, Escubac e Angostura. Per tutti gli altri c’è a disposizione anche una bella selezione di vermouth, di liquori e amari provenienti da tutto il mondo e invece i più fortunati che desiderano visitare la cantina, su richiesta viene offerta la mini escursione sotterranea in una cave dove si degustano gli spiriti locali con vista sulle piccole botti nelle quali maturano i gin della distilleria. Gli stessi che poi si trovano in vendita nello shop vicino al bar, insieme a molti altri liquori e prodotti distribuiti dalla East London Liquor Company. È proprio il caso di dire che qui lo spirito è quello giusto…

 

East London Liquor Company

Unit GF1 – 221 Grove Road, Bow Wharf

London – 20.020.30110980

www.eastlondonliquorcompany.com