by Jean-Pierre Gabriel

You have until September 30 to apply to become one of the Foundation interns created by Andreas and Sarah Caminada, one of today’s greatest, chefs from restaurant Schloss Schauenstein. First of all, the name Uccellin comes from Romansh, a language spoken by 60,000 people in the Swiss canton of Graubünden… and Andreas Caminada’s family.

Created by Andreas and supported by Sarah, his wife and mother of their two children, Fundaziun Ucellin aims to provide training in 20 weeks to young chefs (under 35) and dining room staff members through the best restaurants of the world. “Fundaziun Uccelin was founded to foster ambitious talents within the gastronomic industry with the long-term goal to secure highly skilled and passionate professionals for our wonderful crafts”, explains Andreas Caminada.

“In a few words,” explains Sarah, “through the contacts we have established with our network of chefs and producers, we want them to have access to the entire activity. Internships alternate chefs and producers. It is important to let them understand all the upstream work needed to bring a langoustine or a beetroot in the restaurant’s pantry”. Since its foundation in Switzerland in 2015, the initial engagement has grown into a global network with over 60 of the world’s most successful restaurants and producers as partners for the foundation’s internship program. Talents who have been accepted for the 20-weeks-scholarship are allowed to choose their individual itinerary out of these partners. Since March 2019, Sergio Herman has become the first international mentor of the Fundaziun Uccelin. «Sergio is not only authentic and successful in business. He is also a highly respected model for the next generation and connected to our target group” explains Sarah.

The foundation provides three specific training programs – one for promising young Swiss chefs, one for their international peers and one for talented waiting professionals. The foundation alsoprovides scholarships towards further education and training. All three training programs sharethe same modular structure over a period of 20 weeks which comprises several individual on-site assignments,hosted by a network of selected producers and restaurants. “All expenses are covered,” explains Sarah, “which leads us to a budget of about 15,000 Swiss francs per person, including pocket money of 500 francs per month. When a trainee joins us, he receives a kind of travel notebook, with the places of training. We “mother” him; we book his transport, where he will stay, etc.

Do you want to turn your dreams into reality?Written applications for scholarships can be handed in twice a year, in March and September,via the Foundation’s website, www.uccelin.com. The current application cycle runs until September 30, 2019.

It’s time to hurry up!

Andreas Caminada & Sergio Herman

Hai tempo fino al 30 settembre per candidarti e diventare uno dei tirocinanti della Fundaziun Uccelin, creata da Andreas e Sarah Caminada. Innanzitutto, il nome: Uccellin deriva dal romancio, lingua parlata da 60.000 persone nel cantone svizzero dei Grigioni… e dalla famiglia di Andreas Caminada, uno dei più grandi chef di oggi del ristorante Schloss Schauenstein.

Creato da Andreas e supportato da Sarah, sua moglie e madre dei loro due figli, Fundaziun Uccellin mira a formare, in 20 settimane, giovani chef (under 35) e membri dello staff della sala, attraverso i migliori ristoranti del mondo. “La Fundaziun Uccelin è stata fondata per promuovere talenti ambiziosi nel settore gastronomico con l’obiettivo a lungo termine di garantire professionisti altamente qualificati e appassionati per i nostri meravigliosi mestieri”, spiega Andreas Caminada.

“In poche parole”, spiega Sarah, “attraverso i contatti che abbiamo stabilito con la nostra rete di chef e produttori, vogliamo che abbiano accesso all’intera attività. Gli stage alternano soggiorni presso chef e produttori. È importante far loro capire tutto il lavoro a monte per portare uno scampo o una barbabietola all’interno di un ristorante”. Dalla sua fondazione in Svizzera nel 2015, l’impegno iniziale è cresciuto fino a diventare una rete globale con oltre 60 tra i ristoranti e i produttori di maggior successo come partner per il programma di stage della fondazione. I talenti che sono stati ammessi per la borsa di studio di 20 settimane possono scegliere il loro itinerario individuale tra questi partner. Da marzo 2019, Sergio Herman è diventato il primo mentore internazionale della Fundaziun Uccelin. “Sergio non è solo autentico e di successo nel suo business. È anche un modello molto rispettato per la prossima generazione e collegato al nostro gruppo target ”, spiega Sarah.

La fondazione offre tre programmi di formazione specifici: uno per i giovani promettenti chef svizzeri, uno per i loro colleghi internazionali e uno per i professionisti di sala. Inoltre la fondazione fornisce borse di studio per portare avanti l’istruzione e la formazione. Tutti e tre i programmi di stage condividono la stessa struttura modulare per un periodo di 20 settimane che comprende diversi incarichi individuali in loco. “Tutte le spese sono coperte”, spiega Sarah, “il che ci porta a un budget di circa 15.000 franchi svizzeri a persona, compresa una paghetta di 500 franchi al mese. Quando un tirocinante si unisce a noi, riceve una sorta di quaderno di viaggio, con i luoghi di studio. Lo coccoliamo come mamme, prenotiamo il suo trasporto, dove alloggerà, ecc.

Vuoi trasformare i tuoi sogni in realtà? Le domande di iscrizione per le borse di studio possono essere consegnate due volte all’anno, a marzo e settembre, tramite il sito web della Fondazione www.uccelin.com. L’attuale ciclo applicativo dura fino al 30 settembre 2019.

È ora di sbrigarsi!

Testo di Tania Mauri

Foto di Slow Food Editore

Trent’anni e non sentirli. È stata presentata lunedì a Milano Osterie d’Italia 2020, l’iconica guida dello star bene a tavola firmata Slow Food Editore che quest’anno entra nella quarta decade di vita più ricca, più comoda, più di servizio (sono ben 1656 le osterie recensite nell’edizione 2020). Per celebrare l’importante anniversario, si presenta con una rinnovata veste grafica e un formato leggermente ridotto, oltre a nuove icone di servizio e indicazioni per identificare le osterie vicine ai caselli autostradali e alle stazioni ferroviarie, icone fortemente volute dai curatori Marco Bolasco ed Eugenio Signoroni.

La guida è stata presentata al Piccolo Teatro di Milano, il cui palco è stato allestito come l’interno di un’osteria, da Marco Bolasco e Eugenio Signoroni. Il primo ha messo in evidenza come “il futuro delle Osterie che guardano avanti senza dimenticare il passato sia sempre più in mano ai giovani” e il secondo ha sottolineato come “sia sempre più un riferimento per coloro che sono alla ricerca di locali che propongano una cucina di territorio a un prezzo corretto”. A loro si sono aggiunti intorno al tavolo, gli osti di Milano Cesare Battisti per Ratanà, Juan Lema per Mirta, Angelo Bissolotti dell’Osteria del treno e Sebastiano Corno per Trippa dove è emerso che alla convivialità e socialità si è unita la selezione e ricerca delle materie prime di qualità da utilizzare in cucina, ma anche come osteria sia (quasi) l’anagramma di storia, non a caso.

Notevoli anche le parole di Michele Serra, che sul palco ha letto un testo del giornalista Gianni Brera, e ha definito l’osteria come “un luogo del cuore che rappresenta molta sostanza e poca forma“, dove si sta bene o, citando Brera, “la madre adottiva” e di Carlin Petrini che ha ricordato il ruolo della guida in questi 30 anni capace, “capace di salvaguardare il patrimonio delle Osterie d’Italia nel momento in cui in tutta Europa la ristorazione popolare perdeva smalto, a cominciare dai bistrot francesi. E nei prossimi 30 anni ci dovremmo difendere dall’esasperazione delle troppe osterie che non lo sono e rivendicano questo nome! Essere oste – e sarebbe bene che su questo palco, la prossima volta, ci sia qualche donna in più, che è lo spirito e la spinta di ogni osteria – significa essere rappresentanti di una tradizione storica e di una diversità di territori, ma anche di un bene relazionale nei confronti di chi entra nel locale, un bene che va conservato e mai dimenticato”.

Nel corso dell’evento sono stati anche presentati gli osti che si sono meritati la Chiocciola e i sei premi speciali: Miglior Novità alla Trattoria L’Avvolgibile di Roma di Adriano Baldassarre, il Miglior Giovane è Stefano Sorci chef patron dell’Oste Dispensa di Orbetello (GR), la Miglior Carta dei Vini si trova Trattoria Visconti di Ambivere (BG), la Miglior Interpretazione della Cucina Regionale va all’Antica trattoria Di Pietro a Melito Irpino (AV), la Miglior Dispensa è quella calabrese della Locanda Pecora Nera di Albi (CZ) e il premio per Miglior Oste va a La Brinca di Ne (GE).

La rivincita del ristoro sociale di Nicola Cavallaro

Testo e foto di Lorenzo Sandano

“Non auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, abbiamo la convinzione che scomparirà ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini. Perché gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione”.

Su comunismo, socialismo, democrazia, stato e dittatura del proletariato – Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin

Milano desertica e surreale, in modalità fine/estiva tira fuori – se possibile – il meglio di sé. Deambulando sotto il sole in Porta Romana, il murales dal piglio leninista dell’Ex-Vittoria Occupato (Centro Sociale) spezza i corridoi metropolitani di asfalto rovente. Quasi a predisporre lo spirito su scale cromatiche socialiste, prima di varcare il portone d’ingresso della Cascina Cuccagna. Pochi metri più avanti. Un’ampia corte ombreggiata riporta le temperature su gradazioni accettabili, ma ti teletrasporta al tempo stesso in un ritrovo bucolico inaspettato. Manco fosse uno Stargate. Prati, giardini, tavoloni in legno conviviali a perdita d’occhio. E ancora alberi da frutta, una fioreria, campi da gioco per bambini, un piccolo orto urbano e una ciclofficina (per gli addicted delle due ruote non motorizzate). Ma siamo solo all’inizio. 

Foto della pagina Facebook di Un Posto a Milano

Il progetto – già ultra noto e consolidato dal 2012 – è quello di restauro conservativo e recupero a uso pubblico/collettivo di un’antica cascina settecentesca abbandonata. Iniziativa lodevole, scaturita proprio dalla volontà dei cittadini e dell’Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna. Conseguendo l’obiettivo di riabilitare un’enorme spazio in disuso (parliamo di circa 2000 mq), trasformandolo in un nucleo di incontro aggregante per qualsiasi fascia sociale o appartenenza culturale/etnica.

Il progetto ha preso il largo negli anni con successo assoluto nell’hinterland milanese. Sviluppandosi nella sua forma ideale: come un’oasi di vibrazioni positive e approccio autarchico, incastonata nel cemento cittadino. Un concetto di sostenibilità a ciclo chiuso che sfiora l’utopia, ampliando i poli dell’offerta con una foresteria di 4 graziose stanze (che consentono di soggiornare in loco) e un’idea di ristoro sociale che copre tutti i momenti edibili della giornata su più fasce e modalità di accoglienza. Il bar/gastronomia, sempre aperto dalla mattina al dopocena (con una linea di caffetteria, lieviti, snack e cocktail interamente homemade) e un ristorante dalla capienza significativa (oltre le 150 sedute) che riassume in forma culinaria la filosofia pulsante della Cascina AKA Un Posto a Milano.

A destra la stratosferica michetta semi-integrale con mortadella; a sinistra la pizza con pomodoro bio, bufala e acciughe sicule di struggente bontà

Proprio in questo contesto ristorativo, si è insediato fin dagli esordi un cuoco di rango come Nicola Cavallaro. Chef largamente conosciuto e apprezzato nel panorama meneghino per il suo precedente/omonimo locale. Che però, con mossa decisamente acuta e pionieristica, ha scelto di distanziarsi in tempi non sospetti (circa 10 anni fa) dalla ristorazione detta gourmet. Prediligendo una cucina più immediata e materica, ma soprattutto etica nell’accezione più integralista del termine. Si, perché Cavallaro non ha abbondato le competenze tecniche o conoscitive appartenenti al suo background. Bensì ne ha fatto espediente creativo da trasporre nel contenitore agreste e conviviale della Cuccagna.

Spaghetto trafilato in casa, lucidato a dovere con aglio&olio, polvere di pomodoro, peperoncino e bottarga di tonno

Sfoderando una varietà impressionante di ricette e preparazioni DIY, adattabili a una metrica realmente popolare di cucina. Caratterizzata da una selezione di ingredienti di aitanti produttori, contadini e allevatori del territorio italiano: realtà che ama definire coerentemente a chilometro vero. Il risultato traspira cura, tatto e salubrità da ogni assaggio. Agguantando un delizioso panino o uno spicchio di focaccia dal banco del bar (lo chef ha un talento ineffabile per lievitati di qualsiasi foggia) o sfogliando l’invitante e interattiva carta del locale. Splittata tra un pranzo smart e informale e una cena altrettanto appetibile, ma più sagomata sul valore espressivo di Nicola. Un palinsesto di piatti dall’animo soul e godereccio, capace di racchiudere finezza mai ostentata. Dalla stratosferica michetta semi-integrale (da farine macinate a pietra e ariosa mollica) con mortadella – che nobilita una merenda scolastica spesso penitente – alla pizza (cotta magistralmente in forno elettrico) con pomodoro bio, bufala e acciughe sicule di struggente bontà. Capitolo intero meriterebbero le evoluzioni sul tema pane, autentico feticcio dello chef (illegale la ciabatta integrale da tuffare in burro montato di Fattorie Fiandino). Segue il ludico –  ma centratissimo nel gusto – Gamberi rossi, ovo & ovi: dove una succosa omelette in stile giapponese, preparata con uova biologiche dell’azienda agricola Cascina Pizzo di Mediglia, si completa in fraseggi di temperature e consistenze con gamberi rossi crudi, bottarga di Muggine e ketchup di rapa rossa.

La trilogia di polpette

La trilogia di polpette – maiale sfilacciato e salsa BBQ; Polpetta cruda di Fassona in panure di frutta secca; Polpetta di fave di Carpino (Presidio Slow Food), ceci e patate con salsa aioli e giardiniera selfmade – è una stilettata dritta a cuore&pancia, fatta di sapori domestici promossi con sapienza al futuro. Poi, un sontuoso e tagliente Spaghetto trafilato in casa, lucidato a dovere con aglio&olio, polvere di pomodoro, peperoncino e bottarga di tonno (anche questa autoprodotta). I secondi, sono un’ode al compartir più libero e sfrenato: Costine di maiale nero laccate; Pollo biologico alla griglia da porzionare e dividere tra i commensali in luculliano rito conviviale. Rilanciate da una platea di salse, dressing, intingoli e piattini vegetali, che definire contorni risulterebbe a dir poco riduttivo. In particolare le patate arrosto, frutto di uno studio su cotture e resa del tubero davvero encomiabile.

Si chiude con una Ganache extra fondente, spezzata esoticamente dall’acidità del passion fruit. Mentre un servizio agile, cordiale e sorridente (per tutta l’esperienza trascorsa nel dehors a tavola) recapita un bicchiere di vermouth artigianale, dalla ponderata carta di alcolici e vini. Sorride a ragione Cavallaro, irradiato da una serenità espressiva conquistata con perseveranza, visione e consapevolezza. Perché il suo ristoro sociale urbano è “un posto a Milano” che funziona e che non esiterei a consigliare a chiunque.

Ganache extra fondente,

Un Posto a Milano

Via Cuccagna, 2

20135 Milano (MI)

Tel: +39 02 5457785

www.unpostoamilano.it

Testo di Gualtiero Spotti

Foto di Dinner, please!

No, non vi siete sbagliati. E non si tratta di un negozio di manga o di fumetti. Se vi trovate di fronte a una porta tappezzata di adesivi, in un quartiere un po’ decentrato di Bologna, entrate pure e dopo pochi passi verrete catapultati nella sala di Oltre., il più innovativo e piacevole ristorante di quella che forse potremmo chiamare una new wave emiliana, visto l’impatto estetico underground e il piglio sbarazzino a tavola.

Si perché la coppia formata da Lorenzo Costa e Daniele Bendanti, rispettivamente impegnati il primo sulla sala e l’accoglienza, mentre il secondo in cucina, già ai tempi dell’apertura, avvenuta nell’aprile del 2016, avevano puntato su una scelta di campo piuttosto spiazzante. Che tuttora li pone in cima alla lista tra i must be in città. Il menu, concepito come un flyer in versione fumetto rende ben chiaro quale sia il mood prediletto di Oltre.. Quello di una cucina profondamente bolognese, ma che si concede improvvisi link verso altre cucine e si lascia andare a piacevoli commistioni con quelle che sono le passioni della coppia di proprietari.

I piatti però raccontano sempre al meglio l’Emilia sul filo della tradizione tra Gnudi di baccalà, le classiche sfoglie che passano dalle Tagliatelle al ragù battuto al coltello ai Rigatoni al torchio con la salsiccia di Savigni e i gustosi secondi che non sono da meno, con la Cotoletta alla bolognese o il superlativo Piccione in varie cotture con paté di fegatini, il quale, invece, ricorda bene a tutti il passaggio di Bendanti nelle cucine di Arnolfo, in Toscana. Detto anche per far capire che non ci si trova in una trattoria improvvisata, visto che il servizio è quello in stile fine dining e l’esperienza dei due pur giovani titolari, Lorenzo classe 1990 e Daniele classe 1981, racconta di anni spesi nella ristorazione, magari frequentando anche qualche ristorante all’estero, come lo stellato Zaranda di Fernando Arellano in Spagna, da un cuoco che ha sempre mantenuto stretti legami con l’Italia, essendo transitato lui stesso da Iaccarino.

Oltre. è, senza mezzi termini, un ristorante che mantiene le promesse, perché diverte, offre cucina di sostanza pur lasciando spazio a voli pindarici e immaginifici, e che ama di tanto in tanto lanciarsi in avventurose digressioni di mixologia al tavolo grazie ai sapienti tocchi del modenese Nico Salvatori. In più, ed è un aspetto davvero non trascurabile, il ristorante mantiene prezzi abbordabili sia che si scelga il percorso da cinque portate o che si preferisca invece pescare alla carta. Le parole che vengono in mente assaporando i piatti sono quelle ben conosciute – e a volte abusate – di territorio, di artigianalità, di gola, di meticolosità, che vanno di pari passo con il riconoscimento della materia prima locale, da riportare in auge tra le pieghe di preparazioni solo apparentemente semplici. Dietro la riconoscibilità di questi sapori c’è, in realtà, un lavoro certosino quotidiano e volendo tornare alle glorie gastronomiche locali, passa in primis dalla perizia con la quale vengono confezionate le paste o la cura e l’attenzione per le cotture. Tutti aspetti che da Oltre. sono a dir poco fondamentali, e che poi ti ritrovi nel piatto.

Oltre.

Via Augusto Majani, 1

40122 Bologna (BO)

Tel: + 39 051 0066049

www.oltrebologna.it

la festa di Viviana Varese per l’inaugurazione del suo nuovo ristorante, da Eataly Smeraldo

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

VIVA è un gomitolo di tante suggestioni emotive, professionali e culturali strette intorno al mondo enogastronomico. In forma di ristorante. VIVA è l’acronimo di Viviana Varese: l’eclettica cuoca stellata che ha dato vita a questo energetico locale dalle cangianti sfaccettature artistiche e culinarie, tramutando il suo consolidato Alice in un nuovo e vivido spazio. E lo ha inaugurato in grande stile – giovedì 5 settembre – lasciando convergere tutti i profili che ritraggono l’animo di VIVA in una festa monumentale. Aperta al convivio, all’integrazione sociale e al divertimento senza confini.

ViVa – Un manifesto onirico nei toni del blu, un viaggio avvolgente tra i valori, le sensazioni e le emozioni di VIVA.
Smalto e pigmenti su 84 tele 20×20 cm 240×220 cm – anno 2019;
Opera di Marco Nereo Rotelli
A sinistra foto di Sonia Marin, a destra foto di Alberto Blasetti

Un incontro tra amici provenienti da tutto il globo, che ha raggiunto facilmente volumi da record. A rimarcare lo scambio libero di identità, etnie e idee che caratterizza la filosofia della cuoca di origini campane. Ma anche l’apertura sincera al mondo sempre più tangibile nella città meneghina.

Postazioni di oltre 30 cuochi italiani e stranieri, uniti a cucinare spalla a spalla per l’evento. Scandendo visivamente l’architettura e le geometrie dal design accattivante, studiato pezzo per pezzo dalla chef con il supporto di grandi professionisti. Con il quid di un’istallazione concepita su misura dall’artista Marco Nereo Rotelli: una special site-installation/performance “Luce VIVA”, atta a narrare l’essenza della filosofia di Viviana. Attraverso parole che diventano poesia, come sostenibilità, condivisione, città sintetica.

Colori, vitalità e goliardia in divenire, per un’entità che si è presentata al pubblico mettendo subito in primo piano il concetto portante di inclusione che la cuoca ama vivere e sottolineare con la sua brigata. Ma anche in condivisione con un’ideologica brigata allargata di colleghi che hanno animato le vibes del party. Dall’inizio alla fine. Coinvolte attivamente all’opening, anche la socia di Viviana Ritu Dalmia (imprenditrice e proprietaria di numerosi ristoranti nel mondo e del Cittamani di Milano); insieme alla sous chef e capo pasticciera Ida Brenna; il sous chef Matteo Carnaghi; il Direttore di sala Luis Diaz e la giovane sommelier Federica Radice. Con cui è stata pensata una portentosa carta dei vini, ampliata fino a 700 etichette, che rivolge grande attenzione allo Champagne e a un corner apposito per la degustazione di rare annate di vini Marsala. Tra i più prestigiosi produttori, come De Bartoli che ha realizzato un’esclusiva etichetta dedicata a VIVA.

Jessica Rosval di Casa Maria Luigia prepara il Cotechino su sbrisolona, zabaione al balsamico

Allietati e travolti dal timbro vocale live della cantante Italo-francese Kelly Joyce – e dalle cartucce alcoliche sparate a profusione dalla talentuosa bartender del ristorante, Jessica Rocchi – gli assaggi in scena alla festa sono evaporati facilmente. Tra turbanti salmastri di Spaghetti alla colatura di alici by Pasquale Torrente (Al Convento a Cetara); la sorprendente Zuppa di mandorla, uva e tonno palamita di Maria Solivellas (Ca na Toneta a Mallorca); i corroboranti Supplì al telefono dell’Oste della Bon’Ora (Grottaferrata, Roma); gli antologici Agnolotti di Ugo Alciati (Ristorante Guido a Serralunga d’Alba); il seducente e territoriale Cotechino su sbrisolona, zabaione al balsamico delle ragazze di Casa Maria Luigia by Lara Gilmore e Massimo Bottura (Modena). Per poi planare dolcemente sul trionfo glicemico di pasticceria modernista a cura della virtuosa pasticciera Annalisa Borella.

Nel mezzo, molti molti altri cuochi e rispettive ricette, oltre 8000 porzioni distribuite. Ma soprattutto istantanee di gioia, passi di danza e sguardi sorridenti. Per arrivare a snocciolare tutti gli elementi che compongono VIVA, sicuramente si potrebbe indagare in molti altri micro-progetti studiati al dettaglio: la ricerca sui prodotti agricoli e sui presidi Slow Food, sull’orto privato promosso dalla chef, sulla selezione di tè e sulla cura artigiana delle divise di Giovanni Cavagna. Ma, perdonate il gioco di parole, il modo migliore per scoprire questo dinamico ristorante è quello di viverlo nella sua veste operativa. E di certo questa festa è già parte integrante dell’atmosfera elettrizzante che si respirerà in queste sale.

Annalisa Borella e il suo dolce

VIVA

 Eataly Smeraldo Milano

Piazza XXV aprile, 10

Tel: +39 02 49497340

www.vivavivianavarese.it

La pizza di Hart & Bonci conquista la città danese

Reportage – dalle retrovie – dell’evento di Gabriele Bonci, ospite alla Hart Bageri

Testo e foto di Lorenzo Sandano

“Ma ci attendiamo ben altro dalla Rivoluzione.

Vediamo che il lavoratore, costretto a lottare faticosamente per vivere, è ridotto a non conoscere mai quegli alti godimenti della scienza e della scoperta scientifica, dell’arte e ancor più della creazione artistica.

È per assicurare a tutti queste gioie, riservate oggi a un piccolo numero di persone.

È per lasciare il tempo, la possibilità di sviluppare queste capacità intellettuali che la Rivoluzione deve garantire ad ognuno il pane quotidiano.

Il tempo libero dopo il pane – ecco lo scopo ultimo”

“La Conquista del Pane” – Pëtr Alekseevič Kropotkin

Italia e Danimarca amalgamate in un impasto per pizza. Senza compromessi. È avvenuto sabato scorso, durante una mirabolante jam session tra Richard Hart e Gabriele Bonci (di cui potete scoprire di più su Cook_inc. 23) presso la Hart Bageri di Copenaghen. Se vi chiedete perché uno dei più celebri e quotati panificatori internazionali abbia invitato il vulcanico fornaio romano a stendere pizze a profusione nella sua bakery danese, la risposta è rintracciabile in concetti elementari. Quali condivisione, collettività, rispetto e integrazione.

A rafforzare il tema che: se l’uomo è animale politico – sempre più allo sbaraglio aggiungo io – pane (e pizza) sono di certo beni/alimenti sociali per definizione. E ci voleva un incontro di questa portata per ribadirlo come si deve. In un periodo in cui la gastronomia galleggia fin troppo su sistemi mediatici e digitali che tendono ad assecondare interessi distaccati dal significato puro e collettivo del cibo. Premo la penna su questo pensiero, perché proprio Hart – che ricordiamo essere uno dei principali esponenti della new age di panificatori USA, sin dalla fornace avanguardista accesa nei primi 2000 nella Tartine Bakery di San Francisco – non si è limitato a inscenare un happening di scambio visibilità, risolto su uno scroll di WhatsApp. Richard, munito di risata contagiosa da londoners e di famelica curiosità creatrice – ha scelto prima di far visita al Panificio Bonci in Via Trionfale (parliamo di parecchio tempo fa). Dove, sporcandosi le mani di farina e sudore, ha interiorizzato con empatia il lavoro di Gabriele. Innamorandosi della sua idea di pizza, del suo approccio agricolo ed etico riversato nella manodopera e negli impasti del pane. Ma soprattutto cercando di far maturare uno scambio sinergico e spontaneo di confronto adattabile ai prodotti di entrambi. Una trasmissione antica di saperi artigiani, rivolta al presente. Che ha preso poi forma anche attraverso i social media. Ma solo sfruttandoli, in seconda battuta, come strumento. Mai il contrario. 

Padellini con fagioli, pomodori e limone arrosto

Così, consolidata un’amicizia, è nata anche l’idea di dare corpo e contenitore a questa fotosintesi di intenti e approcci infarinati. E quale luogo migliore della novella Hart Bageri? Inaugurata (con enorme successo) a Copenaghen, sotto vaglia del gruppo di René Redzepi del Noma.

Scopo dell’ultimo dell’evento: rallegrare gli appetiti danish con valanghe di pizza, sfornate no-stop dalle 18:30. Integrando la cultura romana di Bonci, con le tecniche, i gesti e i mezzi concessi dall’esperienza di Hart e del suo team. Io, ho avuto l’onore e il piacere di seguire l’evento all’origine, dal lato operaio della barricata: quello dei panificatori. E posso testimoniare con sincero entusiasmo, quanto l’istinto e lo spirito di condivisione pro-attivo, abbiano trionfato su logiche di esibizionismo o tecnicismi fini a se stessi. Perché da un’idea basica di Bakers Pop-Up, si è generata una performante maglia glutinica di interazioni autentiche tra persone; improvvisazioni rivelatrici; gesti solidali e spunti di crescita comuni. Come agente lievitante per tutto ciò, un’energia collettiva e adrenalinica senza confini. Da far invidia a qualsiasi lievito naturale dopo ennemila rinfreschi.

Esempio su tutti, l’intreccio/incontro maturato in assoluto freestyle tra Bonci e la Relæ Community di Christian Puglisi e Alessandro Perricone. I due hanno letteralmente spalancato le porte della loro Farm of Ideas poco fuori Copenaghen (la fattoria etica e sostenibile che abbiamo ampiamente raccontato su Cook_inc. 23) per omaggiare Gabriele e Richard con i frutti biodinamici del loro lavoro agricolo. Ortaggi, verdure, erbe aromatiche dal gusto primordiale e cristallino. Che hanno stimolato la fantasia di Bonci, come un bimbo in un Luna Park agreste. A partire da una varietà arcaica di pomodori (il Roma) che è stata la base portante per la genesi di molte pizze della serata da Hart. Idealmente quasi a prolungare in continuità il tema del Seed Exchange espresso proprio dall’evento annuale di Puglisi (che si era tenuto pochi giorni prima dell’arrivo di Bonci). Nel mezzo, un lavoro di squadra dallo spessore sociale intensissimo. Promosso sin dai giorni precedenti all’evento, in sharing assoluto di impressioni, conoscenze e vissuti gastronomici.

Da sinistra: Kimchi Pizza, Padellino con pomodori della Farm Of Ideas marinati in vaniglia e cardamomo nero e fondo di verdure arrosto, Flatbread di Richard Hart con mortadella

Anche a tavola: dal convivio celebrato al Noma, al Relæ, o al Hija de Sanchez; passando per gli shopping-tour nei mercati danesi e la trasmissione di farine e lieviti nel forno. Arrivando a concepire condimenti sartoriali e impasti innovativi/contaminati per le due tipologie di pizza proposte da Bonci e Richard: un formato padellino (cotto in ruoto di allumino, realizzato con farina di segale, farina di riso, segale tostata con malto e tre pre-fermenti riuniti in un unico impasto). Passando poi a una classica pizza in pala romana, dotata del quid di un sourdough San Francisco Style (lievito di coltura antichissima, contenente fungo Candida humilis, onnipresente nei lievitati di Hart) innestato al 100% su una pasta semi-integrale ad altissima idratazione. A supporto del virtuoso duo di Baker/Pizzaiolo – oltre alla truppa affiatata del panificio  – anche lo chef Tommaso Tonioni (giovane cuoco di prossima apertura nel Ristorante Settembrini di Roma) e Aurora Zancanaro del Micro Panificio LePolveri di Milano (in loco, per caso, durante uno stage formativo nella città danese).

Pizza ripiena con mortadella, zenzero e formaggio danish

L’esito dell’evento è stato a dir poco fuori misura. Scatenando una fila chilometrica di oltre 500 persone lungo la via fuori dal locale. In trepidante attesa con 40 minuti di anticipo prima dello start. Situazioni più consone a una release del nuovo iPhone piuttosto che alla mandata di qualche teglia di pizza. Una risposta dai volumi colossali (quella dei foodies danesi) su cui vale la pena riflettere in positivo. Anche perché, oltre alla clientela scalpitante, sono accorsi tra i più importanti esponenti della ristorazione locale, con brigate al seguito: Redzepi e famiglia con quasi tutto il team creativo del Noma; i ragazzi del panificio Mirabelle e della Relæ Community di Puglisi; Rosio Sanchez in prima linea; nonché alcuni affermati panificatori in direttissima da San Francisco. Rilassati, gioviali e disinibiti nell’apprezzare in semplicità le powered slices sfornate a ripetizione da Richard & Bonci: Padellino con pomodori marinati della Farm of Ideas marinati in vaniglia e cardamomo nero e fondo di verdure arrosto, Pizza ripiena con formaggio danish a latte crudo, mortadella e zenzero; Margherita al sourdough 100%; Pizza alla pala con zucca arrosto; salsiccia danese e burro nocciola; Pizza ripiena con mortadella e cetrioli marinati della Farm of Ideas; Padellino con crema di fagioli, salsa di limoni arrosto, pomodori gialli e dragoncello; Pizza con cipolle in doppia cottura e pak choi biologico, Kimchi pizza, con doppia pala crunch al sourdough farcita con pomodori, kimchi homemade e formaggio danese bio, in omaggio all’iconico kimchi toast della Hart Bageri. Poi molto molto altro ancora. Il tutto, vale la pena sottolinearlo, senza la necessità di presenzialismi VIP o inviti elitari. Restituendo un significato popolare, sano e comunitario ai prodotti da forno. Elaborati da due maestri degli impasti e dei valori umani, uniti da affinità gastro-elettiva.

P.S.: Cavalcando entusiasmi fertili e il progetto di Bonci sul movimento agricolo in Garfagnana, si lasciano attendere rilevanti special guest tra cuochi, panificatori e protagonisti che hanno preso parte a questo pizza-meeting. Vi terremo aggiornati su Cook_inc.

Stay Tuned.

Hart Bageri

Gl. Kongevej 109

1850 Frederiksberg – Danimarca

Tel: +45 31 11 18 50

www.hartbageri.com

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“Verso feste scintillanti,

ove le tavole sono ornate di fiori, noi andiamo!

Ma egli non conosce altri ospiti

che i severi sacerdoti del silenzio.

Eppure, oh! mio giovane amico, non pentirti

Certamente vedendo l’allegro battello

in lui si sono ripercossi la luce e il canto.

Così noi dobbiamo fare, noi fratelli,

sulla strada fortunata dell’esistenza.

Cantiamo allegramente

in cima ai fiordi e presso gli stretti.

Non c’è grotta silenziosa

ove l’eco non risuoni,

e noi siamo quegli uccelli cantori

che portano la semenza nel loro becco.

Che importa il luogo ove le nostre ali ci conducono,

per la montagna o per il fiordo,

se dal nostro becco cade il grano

che germoglierà nella terra feconda!”
Il canto che passa ­ Henryk Ibsen

È l’impeto vichingo che echeggia nelle stradine in pietra. Quei canti di festa, incagliati tra i fiordi, che ancora fanno la differenza. Il mood norvegese ti strattona e ti sorprende. Avevamo già toccato le sponde del gastro-ecosistema scandinavo durante il racconto del Maaemo. Evidenziando come la forte indole meticcia, delle varie culture miscelate in questo terroir, segua una rotta di fervida integrazione sociale (e culinaria). Per vivere fino in fondo il movimento ristorativo che contrassegna la città, ci siamo fatti indirizzare proprio dal disponibile staff del tristellato Chef Esben Holmboe Bang (insieme a qualche locals). Muovendo in pattuglia mangereccia, tra gli stendardi della New Norwegian Cuisine. Ma quello gastronomico non è l’unico aspetto che ci ha colpiti. Perché rispetto a molte altre cittadine dei paesi nordici – in cui la vita notturna tende a spegnersi presto, soprattutto d’inverno – il battello sociale di Oslo rema in verso quasi opposto. Lasciando accese le luci dei locali, fulgide e squillanti, anche nelle ore piccole. Non a caso, la concentrazione di cocktail bar di pregio & winebar – ramificati nel perimetro urbano – si rivela considerevole su più fasce ed entità. Le abbiamo raggruppate in un ideologico itinerario. Concedendo maggiore spazio alla tappa da cui è partito (quasi casualmente) il nostro tour. L’Himkok Storgata Destilleri, numero 19 nella guida The World’s 50 Best Bars 2019.

Il bancone dell’Andre til høyre

Preludio

Raccontiamola per bene: atterrati in tarda ora ad Oslo, senza cena e discretamente affettati dal freddo norvegese, ci dirigiamo (per ristorarci) in un bar consigliatoci dal Maaemo’s Team: l’Andre til høyre (di cui parleremo dopo). Con i gomiti al banco, divorando patatine e deliziosi twist sul Negroni, esponiamo il nostro interesse nel provare il miglior bar scandinavo secondo la 50 Best Bars, Himkok appunto. Il barman di Andre, sogghignando, ci indica un ragazzo dal cappellino colorato seduto proprio di fianco a noi. Il suo nome è Carl Wiman, uno dei bartender dell’Himkok; neanche a evocarlo con qualche rito magico. Il nostro spericolato viaggio tra i cocktail bar cittadini ha origine da questo fortuito incontro.

Carl Wiman
Foto di Alberto Blasetti

Himkok

Seguiamo le coordinate da navigatore, ma l’approdo non è quello che immaginavamo. La posizione è Storgata 27. No, non nella parte anteriore. Dietro l’angolo, in una viuzza defilata, tra cassonetti e 7Eleven di ordinanza. Una porta pitturata in tono pastello acceso, sotto le tende di un vecchio negozio di pellicce che recita Pels Pels. Solo facendoci caso (mettendo a dura prova la vista in modalità notturna) si scorge una lettera H con un serpente aggrovigliato impressa sul muro del palazzo d’epoca. Benvenuti all’Himkok. Rampe di scale deserte e porte da uscita di emergenza penetrati nell’edificio. Sembra uno scherzo, ma ogni porta (dislocata su più piani/livelli) conduce a una delle sale/anime del locale. Inaugurato il 13 aprile (in un ex-farmacia) del 2015, questo bar è diventato presto un must del miscelato cittadino. E la recente consacrazione al 19° posto nei The World’s 50 Best Bars ha contribuito ad alzarne l’appeal anche all’estero. Non ci sono password o strani codici per entrare, perché scopriamo subito che l’Himkok è una sorta di bar matrioska dal profilo diverso. Il primo piano ospita il rinomato (ed elegante) mainbar, che (nuova sorpresa) è anche una micro-distilleria. Al piano superiore si trova invece il taptailbar ovvero lo spazio che si apre nelle serate di massimo affollamento, dove i cocktail selezionati sono proposti alla spina e dove non esiste servizio al tavolo.

Carl Wiman
Foto di Alberto Blasetti

Se lo pensate eccessivo o svilente vi sbagliate. Perché in queste serate si arrivano a servire oltre 1.800 k drink. Salendo, al terzo piano, si trova l’apartment, un’area dedita a degustazioni guidate e session di guest barman. Ma non è ancora finita. Con la bella stagione, nel cortile, si inaugura il cidergarden, atto esclusivamente a celebrare il mondo del sidro. Una fissa dell’Himkok, che non solo ne importa diversi e da differenti regioni del mondo, ma se ne fa produrre alcuni in esclusiva. Infine (forse) in un altro cortile (operativo solo da maggio a settembre), prende vita il munnskjenk: ulteriore spazio dedicato agli street food internazionali (con proposte culinarie che cambiano ogni anno). Concept space dotato di piccolo corner bar e di un palco dove le band locali si esibiscono dal vivo. Un locale dal format versatile e meticcio (come i battiti sociali della città di Oslo), capace di far convivere anime e pubblico diversi all’interno di uno spazio comune. Con un solido e univoco metro di accoglienza: il servizio sartoriale del mainbar, quello rapido e informale del taptailbar, l’atmosfera conviviale e festosa della sidreria estiva e l’esclusività raccolta dell’apartment.

Himkok Gin
Foto di Alberto Blasetti

Noi abbiamo provato solo il mainbar, ma è un’esperienza che ripaga & appaga ogni aspettativa (nonché la caccia al tesoro intrapresa all’arrivo). Il bar manager Odd Strandbaken e l’head bartender Maros Dzurus (insieme a tutto lo staff) sono veri professionisti del bartendering old school, dotati di aplomb e cordialità fuori dal comune. Sagacemente macchiato da twist contemporanei puntualmente assestati e da una logica autarchica di auto-produzione che ha contribuito ad agguantare anche il premio per la sostenibilità Ketel One Sustainability Award nel 2018. È Carl (il barman incontrato per caso agli esordi del viaggio), a spiegarci e motivarci nel dettaglio la presenza della micro-distilleria interna (oltre la pressoché totale/voluta assenza di brand commerciali nella bottigliera). Vodka, gin e aquavit (tipico distillato di cereali che si produce in Scandinavia fin dal XV secolo) sono homemade e parte integrante di circa l’80% dei cocktail proposti.

Foto di Alberto Blasetti

Uno stupefacente kilometro zero alcolico, a cui si aggiunge una certosina ricerca di ingredienti locali. Aspetti che si riassumono (e ritrovano) nella lista cocktail tematica che muta ogni stagione. Piante aromatiche, fiori, bacche e alghe delle terre del Nord vanno dunque a marcare e impreziosire ogni drink. In ottica reale e non solo come strategia di marketing: tratteggiando una sorta di excursus sensoriale nel terroir del miscelato scandinavo a bordo di un vascello vichingo 3.0. Dalla carta a tema Cabins (palafitte/cottages estive tipiche norvegesi), abbiamo assaggiato il complesso, amaricante ed elettrico Tindved (Gin Himkok, bitter della casa, vermouth dolce e distillato di seabuck); le evolute tonalità fumé, erbacee e taglienti del Birch/Bjørk (Himkok Old Tom Gin, infuso di foglie di betulla, vermouth bianco, spray affumicato e  formaggio erborinato norvegese Kraftkar). In chiusura, l’intensità citrica e fine del Røslyng (Himkok acquavite, vermouth rosso, ice wine alla prugna, erica e limone). Una visione autoctona e brillante della mixology moderna, abilmente dislocata in un  mix di ambienti e atmosfere diverse. Che funziona alla grande grazie alla professionalità del team, ma anche alla consapevolezza e al rispetto che sembra essere insito nel popolo di questa meticcia città.

La scena cocktail & winebar di Oslo

L’interno di Territoriet
Foto di Alberto Blasetti

Andre til høyre

Collocato sopra un vivace bistrot (in una delle piazze principali della città), questo accogliente locale si presenta come un appartamento privato, separato in ambienti casalinghi e con divanetti conviviali e un’ampia cucina dotata di isola (dove si alternano incursioni culinarie durante l’orario di cena). In fondo alle sale, spunta un bel bancone con finestre affacciate all’esterno. La linea è quasi interamente sartoriale, dettata dall’estro dei vulcanici bartender (tra i più talentuosi di Oslo). Provate le variazioni di Negroni e le riuscite sperimentazioni a base di distillati locali o sui cocktail dalle tonalità orientali. Non rimarrete delusi.

La sala dell’Andre
Foto della pagina Facebook del locale

Bettola

Un locale dal forte impatto estetico vintage: il tepore del legno e le nuances dai rimandi proibizionisti, scandiscono ogni cm quadro del bar. In alto, affisso sopra il bel bancone, una stampa del Padrino di Coppola (AKA Marlon Brando). Il motivo sono le origini italiane del titolare, che infatti si destreggia con grande abilità in una sconsiderata (e vincente) lista di variazioni sul tema Negroni e Americano. Delizioso quello affumicato con tocco acetico dei pickles homemade. Ampia selezione di bitter artigianali, focacce e salumi di vaglia a chiudere il cerchio. Un’insegna dalla raffinata atmosfera bohémien, che consigliamo vivamente.

Bettola Negroni
Foto della pagina Facebook del locale

Svanen Bar

Ex-farmacia, trasformata prima in enoteca e da pochissimo anche in un eclettico cocktail bar. Stile liberty, marmo lucente e ampio bancone a vista disegnano l’ambiente. Oltre alla schiera di tavolini vista-banco, non mancano delle salette private per i gruppi. E un piano sotterraneo (ancora in WIP) che ospiterà jam-miscelate con bar tender da tutto il mondo. L’offerta è snella ma nitida e convincete, splittata tra grandi classici confezionati a mestiere e qualche spallata di creatività nei drink maison. 

Il team di Svanen
Foto della pagina Facebook del locale

Territoriet

Piccolo e curato wine-bar, in evidenti panni hipster (ma di quelli sani e non ostentati). Un mastodontico bancone domina la sala con poltroncine e sedute collettive. La parete principale è un luna-park di etichette selezionate con gusto e pensiero. Da tutto il mondo, con un occhio di riguardo per il naturale serio e una ritmata scelta alla mescita (fresca e a prezzi corretti). Si mangia anche bene, tra snack di livello – taglieri, pesce conservato e formaggi artigiani – e qualche proposta calda, goduriosi e sazianti sia il waffles salato che il club sandwich rivisto con ingredienti scandinavi. Plauso per il corner giradischi, che – in ottica democratica – consente ai clienti di scegliere tra i vinili esposti la colonna sonora in un minutaggio concordato con i titolari.

Territoriet
Foto di Alberto Blasetti

Lardo Wine Bar

Microscopico bar senza insegna, che infonde giovialità grazie a un eccentrico arredo (e approccio) freak/hippie. Scordatevi carta dei vini o servizio al tavolo. Armatevi di uno spirito da comune e confrontatevi con il ragazzotto al bancone per scegliere il vino che più vi ispira e che vi farà assaggiare senza batter ciglio (prevalentemente naturali e orange wines). Poi, muniti di bottiglia e calici (e in caso anche di sostanziosi piattini di charcuterie di livello), accomodatevi con piglio libertino e date inizio alle danze enologiche.

L’interno del Lardo Wine Bar
Foto della pagina Facebook del locale

Il timbro materico della Gelateria Paolo Brunelli

Testo di Lorenzo Sandano

Foto di Alberto Blasetti

“La fatica mi deprime

E mi tiene sulle spine

Ma se vado fuori a cena

Prendo un gelato all’amarena

Il gelato è il mio conforto

Mi ripaga di ogni torto

Il gelato mi consola

E fa dolce la mia gola”

Gelati – Skiantos

L’estate chiama gelato. O il gelato chiama l’estate. Personalmente la voglia di gelato mi chiama sempre, ma il risultato non cambia. Perché in questo tour onirico e pantagruelico a zonzo per le spiagge vellutate di Senigallia non potevamo ometter la tappa in una delle migliori gelaterie d’Italia. Quella di Paolo Brunelli. E per farlo, ci piace idealmente continuare a cavalcare le onde sonore irriverenti degli Skiantos, già sprigionate durante il racconto della Trattoria Vino & Cibo. Perché il valore aggiunto di questo gomitolo urbano – lo rimarchiamo dal primo capitolo – è che in un relativamente minuscolo spazio vitale si trovano condensati indirizzi meritevoli in numero spropositato. Basta infatti valicare il ponte sul canale che taglia la città, per metter piede nella graziosissima Via Carducci. Dove appunto i coni grondati felicità e sventolati al cielo dai clienti saranno il vostro segnale che siete approdati nel posto giusto. Non ho scelto un incipit musicale a caso per introdurre questo mastro gelatiere: non solo la sua vita professionale (e intima) ha un legame importante con la musica. Ma amo inoltre rintracciare – datemi del folle – diverse analogie tra l’approccio di Brunelli e lo spirito controcorrente, provocatorio e avanguardista del gruppo di Freak Antoni.

Gelateria Selfmade, a tempo di musica & caparbietà

Paolo nasce e cresce infatti in una famiglia di ristoratori di rango, sotto il fardello di una consolidata attività promossa con successo ad Agugliano dal 1934 (tra i colli di Ancona). Qui, si calcifica le ossa in tema gastronomico, assecondando l’onere ereditario e affinando le sue skills nel campo dell’ospitalità e del vino dal ‘79. Ma il suo spirito garbatamente ribelle e ambizioso (a fin di bene), pende come un metronomo anche verso la passione musicale. Espressione che lo vede cimentarsi con successo in vari generi, tra studi di registrazione e campionature elettroniche, accompagnandolo in una ricerca identitaria che prende sempre più forma. Conscio del gesto culinario inarrivabile della madre, ai fornelli del ristorante, modella la sua dimensione attraverso il sound levigato e scientifico dell’arte dolciaria. Fin da subito con il gelato, poi con un prodotto cardine e ostico da maneggiare come il cioccolato. Imboccando questo settore con logica selfmade, formandosi tramite manuali, olio di gomito e mantecature sul campo. Autodidatta direbbe qualcuno, libero pensatore dico io. Perché è importante porre un accento rigido sulla formazione scolastica e sull’indirizzo tecnico/didattico da perseguire (soprattutto in cucina). Ma è altrettanto importante sviluppare la capacità di acquisire una propria visione e una metrica personale, che evade da dogmi e dottrine vincolanti. In questo, Brunelli ha saputo recuperare i dettami tecnici con la gavetta vera, riuscendo però a elevare il livello del suo prodotto attraverso la mentalità aperta di chi non ha fantasia compressa da limiti o imposizioni concettuali. Il suo gelato, proposto inizialmente al ristorante, si è rivelato un successo immediato. Così, dopo poco, decide di ruzzolare giù dalle colline fino alle coste di Senigallia. Dove il bacino fertile di attrattive gastronomiche (vedi i colossi di Moreno Cedroni & Mauro Uliassi) lascia presumere belle soddisfazioni. Così è stato: in un rush esplosivo di risposte dalla clientela, la Gelateria Cioccolateria Paolo Brunelli ha trovato dinnanzi al Mar Adriatico il suo terroir d’elezione.

I gusti… per la materia artigiana 

Con la logica di chi si è fatto da solo, alla base del valore del suo prodotto ci sono le basi autentiche della gelateria artigianale (e della gastronomia in generale): le materie prime. Artigianali anch’esse. Ricercate e selezionate all’origine, con scrupolosità estrema, tra piccoli produttori autoctoni, presidi Slow Food da tutto lo stivale e qualche incursione esotica, sempre e solo apportata in coerenza qualitativa. Si parte dal latte, tacciabile in percentuale maggiore da una centrale locale e implementato da fattorie di nicchia che allevano razze pregiate (come le Jersey). Stesso metodo per uova, panna, latticini e zucchero di canna bianco o zucchero integrale di canna (che sostituisce in ogni gusto il consueto zucchero di barbabietola). Nocciole, pistacchi e in generale tutta la frutta secca, proviene da agricoltori locali o da presidi italiani, così come la frutta fresca (per i sorbetti all’acqua minerale naturale) quasi interamente di natura biologica. Una filosofia che scandisce le stagioni in una gamma simbolica di circa 20 gusti, che però mutano, si evolvono e ruotano nell’arco dei 365 giorni. Assecondando anche fattori di reperibilità naturale: un latte estivo sarà meno grasso rispetto a un latte primaverile o autunnale, dunque si dovranno bilanciare e dosare i grassi per arrivare a un risultato ottimale e omogeneo per tutto l’anno.

L’irrinunciabile affettività del gelato. Anche se umami.

Le ricette che ne scaturiscono, a partire dai classici, sono il riassunto del timbro materico di Paolo: pistacchio siculo vero di Bronte; zabaione al Varnelli; nocciola piemontese; crema all’antica con uova bio e vaniglia di Mananara del Madagascar; Panna d’alpeggio biodinamica; farina bona di mais del Canton Ticino; e naturalmente il cioccolato, scelto per monorigini in collaborazione di lunga data con il brand Valrhona – insieme a cui Brunelli va a individuare varietà di cioccolati a partire da singole tipologie di fave di cacao. Volumi cremosi, avvolgenti, scultorei. Assaggi rifocillanti, vellutati e fini al palato. Caratteristiche onnipresenti, che vanno a definire un primo timbro esperienziale/gustativo fortemente voluto da Paolo: quello dell’affettività. Ovvero la piacevolezza imparziale, istintiva e incondizionata che – dal bambino all’adulto – secondo lui deve evocare un buon gelato all’assaggio. Risultato centrato in pieno. L’altro timbro invece – che asseconda corde caratteriali estrose e amanti di sapori/contrasti decisi – è quella che indaga su un concetto evoluto/moderno di gelato. Che però parte sempre da tracciati emotivi, territoriali e ancestrali. Una linea d’avanguardia, come: il seducente Senigallia (cioccolato caramellato, olio extra vergine di oliva, sale marino di Cervia, graniglia di caffè, zest di arancio); la Crema Brunelli (crema pasticcera con aggiunta di nocciole caramellate, vaniglia e cioccolato venezuelano); il pungente Portonovo (cioccolato al caramello e arachidi al sale di Cervia); l’Agugliano (uovo sbattuto profumato al rosmarino e granella di nocciole). Spingendosi poi oltre, dall’idea dei singoli gusti ai limiti del gusto stesso: ricercando e scovando un prototipo di umami anche nelle trame sotto-zero del gelato. Ne è esempio il Gelato di arachide, gel di bitter Campari, arancia e olive candite. Un tuffo mai più dolce (ma anche sapido, acido e amaro) nelle memorie futuriste d’aperitivo anni ’80. Attraccando infine ad assemblaggi culinari di raro equilibrio, come lo spigoloso e penetrante Gelato alla mandorla d’Avola, uovo sbattuto al vin cotto marchigiano, ciccioli di maiale e grattata di pecorino dei Monti Sibillini (uno dei pochi formaggi presidi Slow Food marchigiani che conta solo tre produttori). Anche qui imprevedibile umami chaud froid con picchi alle stelle. Last but not least, la recente sinergia sviluppata su alcune creazioni con il barman fuoriclasse Oscar Quagliarini, trasferitosi da poco a Senigallia per produrre spiriti e fragranze edibili. Un match di intenti e visioni che fa già vibrare nuove idee nelle carapine. Al fresco della gelateria di questo artigiano dallo spirito eclettico e controcorrente.

Gelateria-cioccolateria Paolo Brunelli

 Via Giosuè Carducci, 7

60019 Senigallia (AN)

Tel: +39 071 60422

www.paolobrunelli.me

Itinere alla scoperta di un’inesplorata regione nel Sud del Portogallo

Testo di Lorenzo Sandano

“La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio. Anche se tutto il resto manca, di paesaggio ce n’è sempre stato d’avanzo. Un’abbondanza che solo per un miracolo instancabile si spiega, giacché il paesaggio è senza dubbio precedente all’uomo e nonostante ciò, pur esistendo da tanto, non è esaurito ancora. Non mancano colori a questo paesaggio. E al mondo non mancano gli odori, neanche a questa terra… Una terra tanto grande, piena soprattutto di cocuzzoli, con un po’ d’acqua torrentizia, che quella del cielo può essere che manchi come avanzi. E verso il basso si stempera in pianura, levigata come palma di una mano. Anche se molte di esse, per destino, tendono col tempo a chiudersi, adattandosi all’impugnatura della zappa e della falce o del rastrello. La terra”.

Una terra chiamata Alentejo – José Saramago

Distese di grano e manti arborei alternati a terreni brulli. Poi montagne, flora e foreste rigogliose, che appaiono quasi non intaccate dall’avidità dell’uomo. Più in là c’è anche il mare, costeggiato da spiagge di bellezza selvaggia. Non è un caso però che Saramago dipingesse l’Alentejo come una terra segnata dal sudore di contadini e bracciati. Per anni battezzata cesta de pão portoghese, per la copiosa produzione di cereali. Nonché per l’uso culinario del pane, come elemento cardine nelle ricette locali. Questa poco nota regione a Sud del Portogallo – che ne occupa con fare timido quasi un terzo in ampiezza – ha un passato ruvido e cupo: vittima dei pressing dittatoriali, del latifondismo spinto e di un risveglio economico ingaggiato a rilento. Un terroir ai più inesplorato, che riserva sfumature culturali e gastronomiche da vivere e scoprire. Soprattutto per il momento di rinascita attuale.

Il Convento Do Espinheiro

A Nord predomina il verde delle campagne pianeggianti, scandite da pascoli di vacche, maiali neri, capre e pecore autoctone che avanzano verso all’entroterra (rilevante la produzione di salumi, latte e formaggi). Qui i raccolti e le erbe aromatiche ancheggiano mosse dal vento fino a Sud, dove il tepore del sole giallo (quasi affrescato su un cielo di un azzurro pantone) e i ritmi rilassati vanno a tratteggiare usanze e persone di questo pittoresco paesaggio. La distesa sconfinata dei campi è interrotta dalle querce da sughero e ulivi secolari (materie prime simbolo dell’artigianato agreste) che resistono incolumi allo scorrere del tempo. Distaccati tra loro, sorgono borghi chiusi in fortificazioni (come Marvão o Monsaraz) con casette intonacate a calce. Mentre sulle alture numerosi castelli evocano lotte e conquiste. Perché l’Alentejo è stato a lungo crocevia di contese e duelli, anche religiosi: vedi l’influenza araba che ha plasmato il carattere e i costumi del popolo. Forse per questo motivo la spiritualità assume in questa regione un aspetto segnante. Città come Elvas e Évora (Patrimonio Mondiale dall’Unesco) esibiscono l’insolito e affascinante melting pot di culture e religioni fuse tra loro. E la memoria vivida del passato echeggia anche nelle altre città come Santarém, Portalegre e Beja o negli antichi quartieri ebrei, in particolare a Castelo de Vide.

Sono proprio questi aspetti antropologici, sommati al respiro incondizionato della terra, a definire l’identità gastronomica. Virile, sostanziosa e d’estrazione povera. Capace di ondeggiare in libertà territoriale da palpitazioni agricole e vegetali, a selvaggina (in stagione), o ancora pesce e carni saporose. A fare da legante popolare è un alimento umile e quotidiano come il pane. Onnipresente in zuppe, antipasti e anche in alcuni dolci. Noi abbiamo provato a ripercorre l’enogastronomia Made in Alentejo in alcune tappe di un ipotetico viaggio. Toccando frastagliate forme di espressione.

La Cantina Cartuxa

VINO – CARTUXA WINERY

Insospettabile patria dei vini portoghesi, questa terra d’elezione per numerosi vitigni produce etichette che nel corso degli anni hanno raggiunto visibilità sia in Portogallo che all’estero. Vincendo riconoscimenti grazie al potenziamento dei progetti vitivinicoli e alle nuove strategie di comunicazione. Tra le varietà più celebri troviamo: Portalegre, Borba, Redondo, Reguengos, Vidigueira, Évora, Moura e il Vinho Regional. Per uno svezzamento enologico al mondo del vino alentejano consigliamo la Cantina Cartuxa (che organizza anche interessanti degustazioni e percorsi didattici). Si tratta di una consolidata azienda nei pressi di Évora, che nasce dalla “Fondazione Eugénio de Almeida”: collettivo atto a tutelare e promuovere il patrimonio cultural-gastronomico su più fasce/livelli di attività. La struttura vanta oltre sei varietà di vino locale (differenziate per tipologia di mercato e metodo di lavorazione); Olio extravergine d’oliva biologico; allevamenti bradi di maiali neri e pecore autoctone (e molto altro). Perdetevi negli antichi antri della struttura (di origine proprietà francescana), visitando al fresco le botti in legno francese (per la gamma di vini pregiati) e le anfore (come eredità tecnica dalla dominazione romana). Tra gli assaggi, evidenziamo il rinomato/complesso Pêra-Manca bianco (da uve di Antão Vaz e Arinto) e un brillante rosso in anfora della linea Vinho de Talha. Se siete fortunati degusterete in pairing qualche fetta di ottimo salame di maiale nero autoprodotto. Nel centro della città di Évora questa cantina ha una bella enoteca che offre vino alla mescita e piatti classici in formato vivace.

https://www.cartuxa.pt/en

I dolci al ristorante Fialho

CUCINA TRADIZIONALE – RISTORANTE FIALHO

Atmosfera rarefatta, sale dal calore antico affollate da cimeli d’antan e camerieri celeri in tenuta old school. Ma nulla di tutto ciò risulta turistico. Oltre 70 anni di duro lavoro nel panorama ristorativo locale, fanno di questa insegna una vera istituzione di cucina tipica. Baluardo solido e rassicurante, pescando da ogni voce dell’imperioso menu. Ad attendervi al tavolo (come da autentica tradizione locals only) una schiera di antipasti freddi di tutto rispetto: fave, baccalà e cipolla; tomino di capra; prosciutto di maiale nero al coltello, pasticcio di carne in crosta di pane e insalata di polpo al coriandolo (onnipresente in questa cucina, come altre spezie esotiche, per via delle contaminazioni derivate dalle rotte mercantili dell’impero portoghese). Piatti genuini, scolpiti da gusti massicci e schietti, con ottimi ingredienti stagionali. Da non perdere la Sopa de Cação (zuppa di piccolo squalo con pane e coriandolo); le uova strapazzate con asparagi selvatici o la presa di maiale nero alla griglia. Dal comparto selvaggina (molto in voga da queste parti) ottima la lebre (lepre) o il coelho bravo (coniglio selvatico) arrosto con contorno di migas (pane sbriciolato e fritto con aglio, spezie e grasso di maiale). Per dolce – in piena devozione alla pasticceria conventuale – il delizioso fidalgo (millestrati di tuorli, sciroppo di zucchero e cannella bruciacchiato in superficie come una crème brûlée) o il caratteristico Pão De Rala AKA pane dolce farcito con crema e zucca sfilacciata cotta nello sciroppo di zucchero.

Altri indirizzi tradizionali a Évora:

– Botequim da Mouraria

Dom Joaquin

Porco à alentejana alla Portuguese Cooking School

CUCINA CASALINGA – PORTUGUESE COOKING SCHOOL

Per un’immersione nella cucina verace dell’Alentejo consigliamo di sporcarvi le mani e sudare ai fornelli con un’esperienza interattiva che non dimenticherete. Pare che in passato, fosse pratica comune quella di utilizzare cantine e dépendance delle case contadine come ritrovi culinari. Dove imbastire pasti collettivi, insieme alla funzione più ruspante di spazio per lavorazione di salumi, derivati dagli allevamenti privati di maiali. Sofia della Portuguese Cooking School di Évora ha deciso di onorare e riportare in auge questa tradizione. Lei, cuoca di rango nel ristorante di famiglia per oltre 15 anni, ora si prodiga in corsi di cucina casalinga per ospiti e turisti. La missione è quella di realizzare un pasto completo all’alentejana (dall’antipasto al dolce) senza affettarsi le dita o scottarsi eccessivamente. Tranquilli: ci sarà lei a guidarvi passo passo. E se c’è riuscito il sottoscritto non avete da temere sull’esito della performance. Oltre alla parte pratica (e al rincuorante assaggio conclusivo di ogni portata) avrete anche una dettagliata spiegazione storico/culturale di ogni ricetta. Sapori confortevoli in sequenza, consumati in convivio spassionato, con un viaggio nel tessuto autoctono dell’Alentejo. Con il quid di poter consumare pietanze in parte confezionate dalle vostre manine.

– Chorizo di maiale nero arrosto & formaggio di pecora a caglio vegetale (per aperitivo);

Porco à Alentejana: maiale nero, pasta di pimentón, vongole, coriandolo e patate fritte (bizzarra quanto gustosa preparazione terra/mare che deriva da un’imposizione gastro-religiosa applicata in risposta al regime alimentare kosher (a seguito dell’avvento cattolico). Il piatto racchiude infatti gli alimenti non ammessi da questa dieta: carne di maiale e mitili;

– Açorda Alentejana: zuppa di pane, baccalà, aglio, pesto di coriandolo e uovo poché

Feijões & Morcilla: fave saltate in padella con cipolla e sanguinaccio;

Sopa Dourada: dolce con pane raffermo caramellato al burro, crema montata di tuorli e sciroppo di zucchero, mandorle e cannella. Finito sulla bocca del forno a legna.

Lorenzo Sandano alle prese con le uova alla Portuguese Cooking School

PASTICCERIA – PASTELARIA CONVENTUAL PÃO DE RALA

La pasticceria alentejana (come quella portoghese in generale) nasce dalle sapienti mani delle monache nei tanti conventi del paese. Dolci semplici e soavi, contraddistinti dalla presenza costante di: zucchero, cannella, mandorle, tuorli d’uovo su tuorli d’uovo. E ancora tuorli all’ennesima potenza. Si narra che l’overdose di tuorli derivi dalla consuetudine nelle lavanderie dei conventi di impiegare gli albumi per inamidare i tessuti. Secondo logica i tuorli (da buon economia spirituale) finivano elaborati nei dolci. Da questa concentrazione di giallo ovoso derivano pasticcini, budini e dolcetti che – in origine venduti solo nei conventi – si sono oggi ”laicizzati” diventando patrimonio comune dei tanti forni e pasticcerie. Non è un caso che molti di questi dessert riportino nomi che evocano il cielo, il paradiso, gli angeli. A Évora, qualche passo fuori dal centro storico, vale la pena incastrarsi tra le maioliche della minuscola Pastelaria Conventual Pão de Rala. Probabilmente locata qui da sempre, questa religiosa bottega glicemica sforna tutte le originali ricette conventuali di pasticceria locale. D’obbligo l’assaggio del dolce che dà il nome all’insegna: si tratta di una torta di crema all’uovo e fibre di zucca cotta in uno sciroppo di zucchero. Ne derivano tanti “capelli dorati” (nella tradizione spagnola, qui ripresa, sono denominati cabellos de ángel). Una discreta stoccata zuccherina, eppure non stucchevole. Meritevole – sulla medesima trama – anche il Bolo de nozes e ovos moles: Un etereo grattacielo/millefoglie di noci, crema di tuorli e zucchero, che pare faccia cantare gli angeli (al palato).

Pão de Rala a Évora

CUCINA FINE DINING – CONVENTO DO ESPINHEIRO

Ricavato da un antico convento risalente al 1400 (passato a intermittenza nella mani di vari monarchi sia portoghesi che spagnoli) questo suggestivo hotel (dotato di SPA) preserva integri tutti i valori storici e architettonici della struttura originale. Grazie a un monumentale lavoro di ristrutturazione e salvaguardia degli ambienti attuata negli anni. La proprietà si cimenta anche nella produzione di vino e di ortaggi biologici, che vengono coerentemente valorizzati in cucina. Qui infatti, nel Restaurante Divinus, il giovane chef Jorge Peças sta cercando di coniare una lettura moderna e rispettosa delle ricette tradizionali. Piatti freschi e minimali, che si focalizzano sulla valenza dell’ingrediente (locale o localissimo, nel caso dell’orto privato). Risultati più o meno convincenti, con un plauso per il Baccalà in olio cottura alla menta selvatica con variazione di legumi e verdure; la coinvolgente batteria di Petiscos (sorta di Tapas portoghesi) e la versione contemporanea del Pão de Rala, in veste di sfoglia caramellata, latte montato, gelato di zucca e mandorle sabbiate. Notevole e ben strutturata la cantina (disponibile anche per degustazioni enologiche a tema).

Baccalà in olio cottura alla menta selvatica con variazione di legumi e verdure

Testo di Gualtiero Spotti

Torniamo a ispezionare le cucine di Vilnius (qui trovate la prima parte del viaggio), anche con una puntata fuori città, ma iniziamo con quella che può essere considerata come la grande novità dell’ultimo biennio, ovvero il ristorante Džiaugsmas, che già lo scorso anno si era aggiudicato il premio come miglior ristorante lituano dell’anno, e che in questa stagione si è ripetuto. Il cuoco è Martyn Praskevicius che ha saputo costruire nel tempo un luogo di un certo fascino vagamente oscuro e minimal, ma che risulta piacevole e dinamico soprattutto quando ci si siede a tavola, circondati da qualche opera d’arte, tra originali dipinti e sculture che punteggiano l’ambiente. Lo stile vira verso il bistronomico e con un approccio deciso nell’idea di sharing tra i commensali, in perfetto bilico tra il gusto e il piacere che soddisfano la pancia e qualche divagazione più intellettuale dove ci si concede il lusso di andare a pescare tra il meglio della produzione agroalimentare locale. In mezzo c’è anche qualche gioco di fermentazioni e affumicature, ma sempre l’idea è quella di voler soddisfare il palato del cliente senza troppe complicazioni.

Džiaugsmas

Così capita di soffermarsi su una solidissima Schnitzel con burro alle erbe e ribes fermentati che, a fianco, spinge tra la morbidezza davvero irresistibile di una Millefoglie di patate e l’incisività tutta nordica della barbabietola; oppure sulla gustosa Quaglia (dell’azienda Ancikiene) servita come ormai è uso classico di molti locali, in diverse portate, e da affrontare a mani nude, senza posate. Ottime le numerose salse e riduzioni in accompagnamento ai piatti (in buona parte quelli di carne, ma non solo) che denotano una base classica della cucina, e che a volte ripropongono dolcezze avvolgenti con il Porto e il Madeira come protagonisti. Džiaugsmas, che in lituano significa gioia, mantiene fede al suo nome e lascia un buon ricordo e la percezione esatta di come si stia evolvendo la cucina lituana.

Džiaugsmas

Più tradizionalista, ma divertente per chi vuole andare alla scoperta dei prodotti del mare di quest’angolo di nord, è invece il ristorante Šturmu Švyturys, che si trova nel quartiere di Uzupis. Qui non ci sono trucchi, il pesce arriva direttamente dalla costa, dove già esiste il ristorante madre con hotel e dove i pescatori raccolgono quotidianamente dalle profondità del Mar Baltico le primizie. Il ristorante di Vilnius è la naturale filiale cittadina, ma i contenuti non cambiano, anche perché il cuoco Česlovas Žemaitis ha le idee piuttosto chiare: piatti semplici, riconoscibili, che difficilmente cambiano nel tempo ma che giocano bene le loro carte rappresentando l’incrocio tra il pesce locale e le erbe o le verdure che arrivano dalle foreste e dagli orti. Così il percorso a tavola passa dalla corposa Zuppa di pesce a ciò che arriva puntualmente dalla costa. Questo porta di volta in volta il menu a presentare il luccio, il merluzzo, la trota o la bottatrice, tra gli altri, da abbinare ai vini perlopiù bianchi e di provenienza mitteleuropea di ottima qualità.

Šturmu Švyturys

Uscendo invece dalla città e muovendo verso il Monastero di Pažaislis, in direzione Kaunas, si arriva al Monte Pacis in un luogo ameno che unisce cultura monastica, hotellerie e buona cucina, oltre a una serie di eventi che vanno dai concerti alle celebrazioni di matrimoni. Quindi ecco piacevoli brunch e grill per le giornate estive e le domeniche, ma anche una cucina più creativa e spinta, che si annuncia nell’austera sala del ristorante ospitata in un’ala dell’albergo. Il giovane cuoco, Rokas Vasiliauskas, forte di qualche puntata professionale nella terra d’Albione e di un certa autorevolezza in cucina dimostrata una volta tornato in patria, è tra gli interpreti più convincenti della nuova ondata lituana come certificato anche dalle buone recensione dell’ultima White Guide, che raccoglie il meglio della ristorazione nordeuropea e inizia a guardare anche verso est.

Monte Pacis

Piatti forse più eterei e concettuali, se vogliamo, e che dimenticano un po’ di sapidità, ma che sanno intrigare nella volontà di cercare sempre una interconnessione positiva tra gusti e texture diversi. Il tempo dirà meglio della crescita di un cuoco sicuramente determinato nel voler giocare un ruolo importante in Lituania. Infine, una suggestione per chi vuole entrare più in profondità nella storia della cucina locale. Da queste parti, che ci si trovi in città o nelle campagne, si devono assaggiare i Cepelinai, veri e propri dirigibili di patate (non a caso il nome è una storpiatura locale del famoso Zeppelin volante) ripieni di carne nella versione classica ma, all’occorrenza, presenti anche in varianti con verdure, per i vegetariani. Solitamente vengono però serviti con pancetta fritta e panna acida. Insomma, non propriamente per stomaci delicati…

Džiaugsmas

Vilniaus g. 28 – Vilnius

Tel. +370 631 11153

www.dziaugsmas.com

Šturmu Švyturys

Uzupio g. 30 – Vilnius

Tel. +370 656 98000

www.sturmusvyturys.lt

Monte Pacis

T. Masiulio g. 31 – Kaunas

Tel. +370 655 95185

www.montepacis.lt