Testo di Isabelle Grabau

Foto cortesia di Tenuta Muscazega

Piove, fa freddo e siamo in lockdown. Meno male che c’è il vino! Qualche giorno fa ricevo dei campioni di vino da degustare di Muscazega, una cantina sarda, faccio il mio video “unboxing”, che va tanto di moda su Instagram, riguardo il video prima di postarlo e mi accorgo di 3 cose:

  1. Le etichette sono bellissime
  2. Niente Cannonau ma c’è del Nebbiolo…Sardo?
  3. È possibile che mi accorga di questi particolari attraverso un video? OMG, pessima.

Lascio quindi il telefono (quasi imbarazzata da me stessa) e inizio a osservare le bottiglie, toccarle e immaginare il racconto che potrebbe esserci dietro. Cerco informazioni e il numero di telefono dell’azienda, smetto di immaginare e rintraccio la proprietaria, Laura Carmina, per farmi raccontare la sua storia e soprattutto: cosa ci fa il Nebbiolo in Sardegna?

La Tenuta Muscazega (“mosca cieca” in sardo), 40 ettari di cui 3 vitati, si trova nell’alta Gallura, poco distante da Luras, un piccolo comune di 2400 anime in provincia di Sassari, a 500 m sul livello del mare. Una terra piena di storia tra siti archeologici e olivastri millenari – il S’ozzastru, l’olivastro più vecchio del territorio, pare che abbia tra i 3000 e i 4000 anni, con una circonferenza del tronco di 12 metri – dove sembra essersi fermato il tempo.

Ebbene sì, solamente qui è autorizzata una piccola produzione di Nebbiolo IGT, ed è un’antica tradizione che è insita nelle radici della storia italiana. Siamo nell’800, il Generale La Marmora, al soldo dei Savoia, andò a visitare la Sardegna da sud a nord per studiarne il territorio, la gente, l’economia, gli usi e i costumi e per identificare le eventuali analogie con il Piemonte. Una volta arrivato in alta Gallura, il generale rimase affascinato dalla bellezza del territorio e capì che i terreni della zona “avevano le caratteristiche peculiari più proprie per la coltivazione del Nebiolo”, così veniva chiamato all’epoca. Dopo qualche tempo, anche i soldati piemontesi, ormai innamorati del territorio e delle donne sarde, diventati effettivamente residenti, iniziarono a coltivare le proprie piccole vigne.

Un vitigno abituato a morbidi terroir argillosi trasportato, circa 200 anni fa, in un luogo ventoso, secco e con un terreno granitico, eppure, ancor di più oggi, in grado di regalare affascinanti nuances e un carattere deciso, ed è simbolo di fierezza e competizione tra i piccoli pastori e i proprietari terrieri del Luras (alcuni centenari tra l’altro, quindi farà anche bene!).

Laura, come sei arrivata a Muscazega o forse, come è arrivata Muscazega nella tua vita?

“È una storia di gioventù e di amore appassionato: innamorata di un bellissimo ragazzo Sardo-Piemontese (da cui ho preso la cultura del vino del Nord Italia), ho conosciuto la Sardegna ed è stato un colpo di fulmine. Vedendo la Tenuta, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata il forte desiderio di voler vivere lì, di aprire le finestre e avere le vigne davanti a me, circondata dai muretti a secco e dai meravigliosi Colli del Limbara. Purtroppo, poi il grande amore è finito…”.

E poi? (Ero curiosissima a quel punto)

“La mia voglia di creare non mi ha fermato, ho iniziato a dipingere per qualche anno, davo ricevimenti, feste, facevo mostre, ero immersa nella divertente vita mondana della Roma aristocratica di qualche annetto fa, ma c’era qualcosa che mi chiamava, che voleva giocare con me… Muscazega! Decisi così, da grande, 15 anni fa, di fare un altro viaggio di vita. Lasciai l’arte e trasformai l’azienda da agricola in vitivinicola, piantai il mio adorato Nebbiolo di Luras IGT dei Colli del Limbara perché era quello che chiedeva il territorio e per la sua storia così ricca. Una scommessa, una donna sola in Sardegna in mezzo a contadini che non volevano sentir parlare di avere un capo (figuratevi donna), puntando su un vitigno assolutamente sconosciuto ai più in Italia: era il mio meraviglioso sogno”.

Artista e creativa, con fierezza mi racconta che nella sua vita ha lottato e creato tanto e, le sue creazioni, quadri e vino, sono come quei figli che non ha mai avuto. L’amore e la passione le facevano dipingere quel genere di quadri dove le impressioni vengono buttate su una tela, con grandi “pennellate d’istinto”, una pittura immediata e materica, piena di colore, emozioni e sfumature.

Oggi Laura produce 4 vini, poche bottiglie, le etichette sono i suoi quadri più belli e vive quasi tutto l’anno nella sua Tenuta. Si sveglia la mattina con le vigne davanti alla sua finestra, felice.

Le 4 etichette dell’azienda raccontano con delicatezza i dettagli di quel territorio magico:

Il Vermentino Docg di Gallura Superiore (ma non vendemmia tardiva) si chiama Nughes, come un antico ponticello di granito chiamato Ponte E’Nughes, si dice di origine romana, che porta a Nucchis, bellissimo villaggio sardo vicino alla tenuta verso il mare. L’etichetta raffigura il tramonto sul mare del nord della Sardegna con le sue sfumature tenui e fresche a volte, estive e luminose altre, in fondo il mare.

Il Rosato di Nebbiolo Muscazega, l’ultimo nato, sempre perché non si rinuncia mai a scommesse e creatività, è un rosato di nebbiolo 100% con una velocissima macerazione sulle bucce, di colore topazio-rosato, sicuramente poco comune ma già apprezzatissimo. Ha un’etichetta fresca e pura come il suo contenuto, un quadro che raffigura l’acqua turchese che sgorga dal granito, un granito che quasi non si vede e che gioca a mosca cieca con l’acqua.

Il Nebbiolo in acciaio, Disizu, che vuol dire “desiderio” in sardo, è un vino immediato, intenso, rosso rubino con profumi tipici della macchia mediterranea, rotondo e fresco. “Un vino da tutti i giorni” mi racconta Laura, con un’etichetta meravigliosamente rossa, il rosso del tramonto dalla sua tenuta, con una riga nera, i muretti a secco, ma anche il rouge et noire delle storie d’amore più passionali.

E poi il Lunas, il Nebbiolo che fa legno, da meditazione, concepito come vino più intenso, avvolgente, vellutato e caparbio (come tutti i vini sardi in realtà puntualizza Laura). Il quadro che raffigura il Lunasvieneda una mostra che organizzò anni prima chiamata “Marmora Romana”; è marmo nero, ma è anche una galassia o le rocce della luna in penombra.

La strada che porta dalla Tenuta Muscazega al mare si chiama “Valle della Luna” e sembra di essere in un fondo marino riemerso, o in un paesaggio lunare…

E così la mia serata è passata meravigliosamente, tra ottimi sorsi di vino, purezza, arte, muretti a secco, storie di vita vissuta, mare, tramonti, paesaggi lunari e galassie… altro che Instagram!

Tenuta Muscazega è anche un Country Resort

Loc. Muscazega

07025 Luras (SS)

cantinamuscazega@gmail.com

+39 079 96 23 057

+39 349.4093119

www.tenutamuscazega.it

Testo di Tania Mauri

Foto cortesia di NOVA

Avrebbe dovuto aprire a settembre 2020, ma, visti i tempi, l’apertura è slittata a fine gennaio. Stiamo parlando di NOVA – attimi di gusto, il nuovo locale in Via Piave (a pochi passi da Piazza Fiume) nato da un’idea di due giovani imprenditori romani che, con decisione e intraprendenza, hanno portato avanti questo progetto senza lasciarsi scoraggiare dalle attuali difficoltà.

“Questo è un momento socio-economicamente complicato per tutti – afferma la proprietà – ma noi lo viviamo anche come un’occasione per reinventarsi. Non ci siamo fermati anzi, senza lasciarci distrarre da ciò che accadeva intorno, abbiamo creato un concept, abbiamo formato un team giovane e molto motivato. Siamo pronti per affrontare questa sfida”.

La sfida non è semplice, ma al momento sono stati potenziati il take away e le consegne a domicilio tramite tutte le piattaforme presenti nella Capitale (compresa TooGoodToGo, l’applicazione che aiuta a combattere lo spreco alimentare). NOVA si è avvalso del supporto del food consultant Guido Girasole: “Per quanto riguarda il delivery, pensiamo che far crescere i brand virtuali della dark kitchen di NOVA, sarà pienamente in linea con la scelta di renderlo un locale al passo con i tempi, di cui si sentiva la mancanza nel quartiere”.

Lo spazio, ampio, moderno, caldo, è stato progettato da Studio Gad: le grandi vetrate illuminano la sala con la luce naturale, l’elegante verde ottanio è accostato al legno di rovere che rilassa. Sullo sfondo, domina un grande specchio circolare, circondato da verde verticale, con divanetti “ton sur ton” che rendono l’ambiente ancora più accogliente.

La cucina è affidata a Salvatore De Luca, giovane cuoco di origini campane con molte esperienze fuori dall’Italia, infatti la proposta gastronomica, varia e ricca di contaminazioni, ha un sapore internazionale con tocchi esotici, orientali e sudamericani in primis, mixati nella ricerca di rivisitazioni in chiave moderna. Dalla mattina alla sera NOVA propone divertenti tapas con suggestioni da tutto il mondo (Chicken wings, Tacos con salmone marinato, Buñuelo di baccalà, Donuts cacio e pepe, Mini bao buns e altro) che si alternano a una serie di main courses di ampio respiro. Dai Noodles udon vegani al classico Tonnarello alla Nerano, dal Fish & chip con coulis di peperone rosso e polvere di capperi, al Tataki di vitello servito con aglio nero fermentato, cipolla caramellata e katsuobushi di tonno, fino allo Spiedo di pollo al chimichurri. L’offerta prosegue con una gustosissima serie di Buns e Burgers ripieni di pulled pork, filetto di salmone o carne Angus, sempre disponibili anche nella versione vegana. Una menzione particolare va al pane, fatto in casa e in pieno stile NOVA: dai soffici pan brioche farciti, al pane nero alla seppia o rosso alla barbabietola.

Immancabili i Pokè di pesce o carne e le Insalate a base di farro, lattughina o riso venere, accompagnate da una vasta selezione di creme e salse artigianali. Tra i dessert troviamo il Semifreddo cocco e mango, il Brownie senza glutine con spuma al caramello bruciato e riduzione di frutti rossi e i classici Cheesecake e Lemon Curd.

Nel menu brunch – per colazioni dolci o salate alternative – fanno capolino cornetti, bagels, gli immancabili pancakes e le intramontabili uova alla benedict.

NOVA – attimi di gusto

Via Piave 70

00187 Roma (RM)

Tel: +39 0687085510

www.novagusto.it

Foto di cortesia della Cantina D’Araprì

Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore sono i pionieri del metodo classico in Puglia. D’Araprì è l’acronimo creato con le prime lettere dei loro cognomi per ribattezzare la cantina fondata a San Severo in provincia di Foggia, nel distretto della Capitanata. Amici di vecchia data, tutti musicisti jazz ed estimatori di champagne, quarant’anni fa unirono le comuni passioni e le singole competenze per dare vita a un progetto innovativo per la valorizzazione del territorio. Ulrico si occupa della produzione, Louis cura la commercializzazione e Girolamo è l’enologo. La musica e il vino sono le muse ispiratrici.

Anno 1991

All’epoca, furono considerati dei folli, erano guardati con diffidenza per le idee bizzarre e per essersi cimentati e specializzati in uno stile di vinificazione allora poco conosciuto: si beveva vino sfuso e le poche etichette di champagne in circolazione erano accessibili solo alle classi più abbienti. Il tempo ha dato loro ragione, sono stati visionari e coraggiosi nella loro intraprendenza. “Lo spumante era un tabù, ancora peggio la conservazione dello zucchero in cantina – spiega Girolamo D’Amico – per metterci in regola ci siamo rivolti all’ufficio repressione frodi di Bari che a sua volta si rivolse a quello di Roma per capire come districarsi e sistemare i cavilli burocratici. Quello è stato un periodo bello e difficile, ogni anno facevamo un viaggio nella Champagne per studiare e approfondire la conoscenza della tecnica. Non c’era la cultura del vino, i sommelier erano come la mosca bianca e i ristoratori non erano in grado di raccontare il vino all’ospite”.

I D’Araprì hanno vinto la sfida, hanno dimostrato che è possibile produrre spumanti di pregio utilizzando il bombino bianco, uno dei vitigni autoctoni della Capitanata. Sono oggi considerati degli antesignani, in una regione famosa nel mondo più per i vini rossi che per le bollicine.

Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore

La cantina è nel centro storico, vi regna un’atmosfera senza tempo. Mediante una scala si accede ai sotterranei, interamente ricoperti da un soffitto a volte. Le gallerie risalgono al 1600, si estendono per circa 1000 mq e sono scavate a ridosso della chiesa di San Nicola, una delle più antiche di tutta la città. Qui si svolgono il remuage sur pupitres, il degorgement e la tappatura definitiva con tappo di sughero e gabbietta. Le migliaia di bottiglie, prodotte con cura e dedizione, riposano per almeno tre anni al fresco e al buio prima di vedere la luce.

La nuova generazione

Dalla fine degli anni ’70, alla produzione di vino si alternano le prove del gruppo jazz con Girolamo alla tromba, Luis al pianoforte e Ulrico al contrabbasso. Nel 2003, nell’antico frantoio ipogeo, è stata ricavata una sala ribattezzata Arca, Arte in cantina, che ospita eventi culturali e rassegne musicali. Il piacere dell’ascolto è abbinato alla degustazione delle pregiate cuvées. Dal 2019 è in corso il cambio generazionale, i padri sono ora affiancati dai figli: Anna D’Amico, Daniele Rapini e Antonio Priore.

“Siamo cresciuti in cantina – confida Antonio Priore – ci hanno trasmesso la loro passione, non è un lavoro. Quando i nostri genitori si raccontano dicono che siamo nati nel vino, noi scherzando affermiamo: siamo nati nello spumante! Il nostro obiettivo è potenziare la promozione all’estero e creare, con l’aiuto delle altre cantine, un distretto spumantistico della Capitanata per rendere riconoscibile l’area e il metodo di produzione”.

Cantina D’Araprì

via Zanotti, 30

71016 San Severo (FG)

www.darapri.it

Tel. +39 0882 227643

Testo di Gualtiero Spotti

Foto di Benedetta Bassanelli

La crescita esponenziale delle pizzerie di nuova generazione sembra non conoscere sosta, e dopo aver gettato i loro semi nelle principali città italiane oggi queste stanno prendendo pieno possesso anche delle province e degli angoli più remoti del territorio nazionale, con una presenza capillare che in molti casi vede quali protagonisti giovani e intraprendenti pizzaioli con molte idee da sviluppare.

È il caso, ad esempio, di Alberto Morello che, in quel di Este (nel padovano e a sud dei Colli Euganei) ha inaugurato da pochi giorni la Bottega Gigi Pipa. È il secondo indirizzo in città dopo la casa madre, ovvero l’omonima pizzeria ormai consolidata nel successo da qualche stagione a questa parte e celebrata anche nella classifica del Gambero Rosso delle migliori pizzerie d’Italia 2021 (con la ulteriore gratificazione degli ambiti tre spicchi a determinare l’alta qualità della proposta).

Alberto Morello, trentadue anni nativo di Este è cresciuto in una famiglia di albergatori e ristoratori. Ha trovato la sua strada poco più di una dozzina di anni fa dando una mano ai genitori che avevano inaugurato una pizzeria dal nome di fantasia di Gigi Pipa. Da allora ha iniziato un percorso di avvicinamento al mondo degli impasti e delle lunghe lievitazioni (di almeno 48 ore) e uno studio sulle farine – perfezionato all’Università della pizza di Molino Quaglia – che lo ha portato a utilizzare lievito madre per le pizze degustazione e biga per quelle tradizionali.

L’idea vincente però è stata soprattutto quella di lavorare su una pizzeria con orto, che potesse sfruttare la materia prima di prossimità come melanzane, pomodori, zucchine, cavoli ed erbe aromatiche. Un orto nato quasi casualmente, come ricorda oggi Morello, quando un amico si è proposto di regalargli un po’ delle sue verdure in eccedenza. Da quel momento, e con l’inaugurazione della nuova sede della pizzeria avvenuta nel 2018, è cresciuto un primo piccolo orto a vista, forse più dimostrativo che pratico visti i numeri importanti del nuovo locale capace di ospitare anche duecento clienti in un colpo solo. A questo ha fatto seguito in breve tempo un secondo appezzamento di terreno ben più importante e funzionale poco fuori Este che, già adesso viste le necessità della cucina, è destinato a crescere in estensione.

Qui si punta l’attenzione su diverse pizze in degustazione, come quella Dall’orto con impasto integrale e topping di hummus di ceci, rape rosse, castagne e carote; oppure la Crudo di gambero di Porto Santo Spirito con impasto croccante, fior di latte pugliese, burrata, guanciale croccante, salsa masala e polvere di capperi di Salina. Di pochi giorni fa è, invece, come detto, l’inaugurazione di una piccola Bottega in centro a Este, realizzata con la volontà di avere un punto vendita quotidiano a stretto contatto con gli abitanti. Un luogo vivace che vive dall’ora della colazione fino al tardo pomeriggio.

Non manca una proposta dinamica basata principalmente sulle pizze al taglio, a cui si aggiungono ogni giorno alcuni piatti pratici e di pronto uso (che vanno dalle gustose tartare di carne agli hamburger) sempre realizzati sfruttando la materia prima dell’orto. Un punto vendita e qualche tavolino, un angolo di acquisti selezionati tra vino, farine, dolci e altre prelibatezze che invece escono dai forni del retrobottega, dalle veneziane al pane quotidiano, fino ai croissant.

Bottega Gigi Pipa

Piazza Trento, 23 – Este (Pd)

Tel.: +39 335.5767618

www.pizzeriagigipipa.it

Testo e foto di Francesca Ciancio

Costruire una vita intorno a una grossa quercia. Farne un faro, considerarla una di famiglia, come un essere vivente che sovrintende agli accadimenti. Questo albero gigantesco è quello di NostraVita, un’azienda vitivinicola tra Montalcino e l’Abbazia di Sant’Antimo, in provincia di Siena. La vita è quella di Annibale Parisi e della sua famiglia, iniziata in questo luogo magico cinquant’anni fa. Non è una storia che inizia dal vino, ma dalla natura, dalla voglia di avere un posto dove canalizzare tutta l’energia creativa possibile. Qui c’è la prima anomalia – se tale si può considerare – ovvero un posto a Montalcino dove il vino si fa ma non è al centro di chiacchiere e discorsi.

In uno dei territori enoici più blasonati al mondo – grazie al Brunello Docg – ci si può prendere una pausa da tutto il frastuono vinoso che spesso impera nei luoghi diventati ricchi grazie al vino. Annibale preferisce raccontare altre storie, ma le accompagna a un bicchiere di Rosso e di Brunello. I suoi clienti sono amici, per lo più stranieri, che gli fanno visita, rimangono con lui almeno un paio d’ore e solo prima dei saluti acquistano qualche bottiglia. Nel mezzo scorre una vita fatta di molti oggetti in continuo divenire. A cominciare dalla casa sull’albero, l’ultima creazione di Annibale per i nipoti, abbastanza grande per dormirci in due, per cucinarci con un fornello da campo e con un terrazzino che guarda la Val d’Orcia. Tutto rigorosamente riciclato: i legni sono quelli degli alberi man mano eliminati e assemblati per incastro per evitare chiodi e viti, si insegna ai più piccoli che l’essere spartani non è l’opposto della bellezza. C’è anche una pedana inclinata da cui salire e scendere e ci si avvinghia a una corda di canapa. Inevitabilmente si torna bambini.

Ecco cosa succede girando per la tenuta dei Parisi, si sgranano gli occhi e si fa spazio allo stupore e non per una cantina avveniristica, per botti a forma d’uovo o per un’imbottigliatrice ultimo modello. Colpisce la caparbietà di riutilizzo di tutto quello che l’azienda offre e l’estro di questo signore canuto e gentile. Era il 1970 quando lui e la moglie Elena scelsero questo pezzo boscoso di collina per viverci e mettere su famiglia. La quercia ovviamente era già lì con il tronco biforcuto e la mole da nume tutelare. Talvolta è stata generosa, altre si è distratta colpevolmente, ma Annibale mette sempre le sue parole nel flusso di un racconto che va avanti, che non fa che progredire. Non avverti rimpianti, piuttosto l’emozione per qualcosa che potrà ancora nascere. Alla mia domanda: “Lei Annibale che lavoro fa?” mi risponde con un “direi vivere la vita”, come Lucio Battisti in una sua canzone. La dicesse qualcun altro penserei, vabbè sento puzza di fenomenologia, ma qui no, qui c’è un uomo che ha messo l’ispirazione al centro di ogni momento quotidiano, che sia la potatura delle viti, la vendemmia, un legno da spaccare, una ceramica da modellare. La prima vendemmia è stata nel 2004, il primo vino arriva nel 2006 ed è un Rosso di Montalcino DOC. Nel 2011 è la volta della prima bottiglia del Brunello di Montalcino DOCG.

In tutto diecimila bottiglie, vendute ad appassionati di passaggio, pochissimi ristoranti, nessun distributore. Un lusso che si possono permettere in pochi e a cui il lockdown ha imposto uno stop. Allora Carlotta – una delle tre figlie di Annibale ed Elena – ha ripreso un dialogo virtuale con gli acquirenti/amici tramite blog e social e continua a raccontare le storie di NostraVita. Anche le etichette non sono fatte in serie, anzi, sono disegnate a mano e ogni volta c’è una rielaborazione personale del logo. Come dire che ogni gesto ha un’attenzione sartoriale. D’altronde parliamo solo di due ettari di vigna, diecimila piante che circondano la casa di famiglia. Basta uno sguardo per vederle tutte assieme.

Gli alberi sono protagonisti silenziosi di questa storia. Annibale li ama e li studia, al punto di aver costruito un arborario, ovvero un’enciclopedia vivente degli alberi della Toscana meridionale: singoli tomi costruiti con le essenze arboree della pianta protagonista, al cui interno si trovano bacche, fiori, tannini, foglie, insetti, una carta d’identità completa dell’albero. Ad oggi sono settanta scrigni lignei che illustrano la vita dei boschi. Qual è la sua finalità? Mostrarsi a occhi curiosi, di adulti e bambini. Discorso che vale anche per le teche di fossili marini rinvenuti nei terreni di Montalcino (durante il Pliocene – il periodo geologico compreso fra 5.332 e 2.588 milioni di anni – questi posti erano sommersi dal mare), così come la collezione di funghi delle cortecce degli alberi e quella dei calchi delle impronte animali. Non chiamatelo museo perché questo è un work in progress a cui contribuiscono gli amici di Annibale, appassionati come lui di cose apparentemente invisibili.

L’arte è l’altra ispirazione di NostraVita, un’azienda disseminata di opere d’arte, lasciate nel posto dove sono nate grazie ad artisti che negli anni hanno vissuto per giorni o settimane presso la tenuta. Sono appese agli alberi, fanno compagnia alle galline, ti invitano a sederti per guardare lontano fino alle crete senesi. Uno spazio creativo aperto a chiunque voglia lasciare un segno. Annibale non ha mai inseguito nessuno, piuttosto ha preferito aprire una strada, che è poi quella della contaminazione. Avrebbe potuto fare solo vino e raccontarlo in modo ossessivo – come avviene a Montalcino e in altri posti del Paese dove la vigna ha il sopravvento – ma, dice lui: “mi sarei annoiato”. Anzi, il vino è arrivato per ultimo, da un’esigenza di pragmatismo di Elena (“viviamo a Montalcino, facciamo del vino!”): erano le ultime quote di Brunello Docg messe a disposizione a fine anni ‘90. La prima bottiglia è del 2006, la prima vendita addirittura nel 2011. Gli acquirenti sono i visitatori perché, per Annibale, il vino è un tramite. Quello che conta davvero per i Parisi è l’inclusività.

NostraVita

Località Nostra Signora della Vita

53024 Montalcino (SI)

Tel. +39 0577 848487

www.nostravita.it/vino

Testo di Lodovica Bo

Foto di Domingo Communication

La Vita è Bella, e lo è ancor di più mangiando e bevendo bene. L’immaginario della “bella vita” e del “bel paese” viene iconicamente rappresentato da nuvole e cielo azzurro, come a dire che, nonostante la pandemia e la crisi, la vita è bella per davvero. Inaugurato in questo momento di difficoltà storica, La Vita è Bella è l’ambizioso progetto di Roberto Chemello di riportare la bottega di qualità in città. Lo store di Milano è solo il primo del brand, che vede nel suo futuro il franchising in alcune delle città fulcro del turismo italiano e auspicabilmente all’estero (Europa e USA). Oggi l’e-commerce è attivo e su Milano il delivery arriva direttamente con l’Ape brandizzata.

Si sa, il cibo è convivialità e fonte di felicità, ma anche specchio di una cultura. Cultura, quella italiana, che si fa portatrice di infinte tradizioni, ciascuna delle quali ha una sua storia. È infatti questo l’intento di La Vita è Bella, portare nelle case dei consumatori i prodotti ricercati e artigianali, con un twist d’imprenditorialità e innovazione: brandizzati La vita è bella. A mettere la testa, ma soprattutto il gusto per la selezione, è Luca Canale, esperto selezionatore di prodotti di nicchia e di alta qualità e come tutti i grandi gourmand resta sul semplice quando si tratta di mettere sul podio il cibo del suo cuore: la pizza.

Il primo amore con la gastronomia?

Avevo 13 anni e con la mia famiglia eravamo in un viaggio di ritorno da Roma, mio padre, da sempre appassionato di gastronomia, ha deciso di fermarsi a Baschi da Gianfranco Vissani, chef patron di Casa Vissani: lì è avvenuta la magia, una vera e propria illuminazione!

Perché la scelta di questo lavoro?

Dapprima è nato l’amore per il mondo della ristorazione e poi per i prodotti, perché volevo capire ciò che c’era dietro ogni piatto. La scelta nasce dalla forte passione per questo mondo; la ricerca dei prodotti ne è una diretta conseguenza. Il mio percorso professionale è frutto di tanta esperienza, data dalla sperimentazione di tantissimi ristoranti mista alla curiosità e all’approfondita ricerca verso i prodotti. È un mondo immenso, fatto di passioni e continue scoperte e per me è un percorso in continua evoluzione, perché ogni giorno imparo qualcosa.

Il concept di La vita è bella?

La Vita è Bella nutre il desiderio di ricreare la bottega di un tempo. Vogliamo che il target sia ampio e accessibile, ma sempre con un occhio rivolto verso la ricerca dell’eccellenza, del Made in Italy e del piccolo produttore. Non vogliamo essere elitari, cerchiamo di essere accessibili, ma di qualità.

Quali i parametri per fare scouting?

Faccio ricerca partendo dai prodotti: prima capisco che prodotto voglio cercare, poi ricerco le tipicità (zone di produzione/IGP/DOP), restringendo infine il cerchio alla ricerca dei fornitori. Cerco di prediligere sempre piccoli produttori. In Puglia, ad esempio, ho scovato una piccolissima produzione di pasta: sono madre e figlia che fanno le orecchiette a mano.

Prediligi più realtà artigianali?

Sì, il bello di lavorare con fornitori medio-piccoli è quello di avere anche un controllo costante del lavoro e dei prodotti; e allo stesso tempo sapere di potersi fidare che il prodotto finale sia stato pensato e realizzato in un’ottica sostenibile. Diamo molto risalto ai nostri produttori, dedicando loro una specifica comunicazione, sia sul sito che in negozio. I progetti non finiscono qui, La Vita è Bella ha infatti un’anima eclettica e si vuole misurare su diversi fronti. Nasce così la collaborazione con Lorenzo Cogo, chef stellato di El Coq, che dopo aver assaggiato numerosi prodotti de La Vita è Bella, ne ha selezionati alcuni creando 10 ricette (che saranno disponibili sul sito del negozio), che i clienti potranno riprodurre a casa.

Lorenzo Cogo & La Vita è Bella

Come e perché nasce la collaborazione con Luca Canale? 

Con Luca siamo amici da tanti anni, ci siamo conosciuti all’età di 20 anni, frequentando amici comuni e facendo tanta festa insieme. È sempre stato uno dei miei migliori clienti e soprattutto apprezzo la sua sincerità quando assaggia i miei piatti così da poter migliorare

Credi sia importante oggi per uno chef far conoscere al cliente l’origine dei prodotti e la storia dietro a quello che si mangia?  

Certamente, è giusto che il cliente comprenda che dietro a un singolo prodotto o a un piatto ci sia una grande selezione, qualità e una storia fatta di persone e tanto lavoro. 

Qual è il tuo prodotto preferito de La Vita è Bella? 

Sono tutti buoni, faccio fatica a scegliere però sono rimasto colpito dai sott’oli, in particolare i mini-porcini dal Piemonte, che oltre ad essere buoni, sono anche belli da vedere e da utilizzare in un impiattamento. 

Qual è il tuo piatto del cuore tra quelli realizzati nelle video ricette?

Un piatto che sicuramente mi è rimasto nel cuore è l’astice con composta di peperoni al peperoncino e il caviale di salmone. Molto semplice da realizzare ma sicuramente un grande piatto.

Astice con composta di peperoni al peperoncino e caviale di salmone

La Vita è bella
C.so Venezia 6 – 20121 Milano
T +39 02 5002 0975 – Numero verde: 800 946 926
milano@lavitaebella.shop
Orario continuato Lunedì – Domenica: 10.00 / 20.00


Ordini online in tutta Europa:

 https://lavitaebella.shop oppure contattando direttamente il negozio entro le ore 18.00 per consegna in giornata

Testo di Ilaria Mazzarella

Foto cortesia Lyre’s

Mocktail, un cocktail mock; viene dall’inglese “finto”, che significa analcolico. Il trend è dilagato soprattutto tra i millennials – i nati tra 1981 e il 1996 – arrivato ormai quasi due anni fa da New York, grazie ai bartender che hanno lanciato la miscelazione a bassa o zero gradazione alcolica. Per bere di più e bere meglio, perché il mocktail deve essere anche preparato con ingredienti il più possibile naturali e di alta qualità. Niente a che vedere con gli analcolici zuccherini preparati con bibite gassate, sciroppi di glucosio o succhi di frutta industriali degli anni ’80, quando esplorare la sezione dei drink analcolici significava condannarsi a un ignobile bibitone dolciastro e stucchevole, decorato a fette d’ananas e ombrellini. Oltre a essere ostracizzati nella infame categoria dei blasfemi dell’aperitivo: i “pericolosi” astemi. Anche i fermentati, specie gli home-made a bassa gradazione alcolica, si sono affacciati in punta di piedi sul mercato conoscendo un periodo florido, grazie a bevande come la kombucha, l’Idromele, il sakè o il sidro. Tutto il contrario delle pessime abitudini dei giovanissimi, il cosiddetto binge-drinking, ovvero bere il più possibile-spendendo il meno possibile. Un retaggio del fast food, in ancor più triste versione fast-drink, di vent’anni fa. Purtroppo aggravato dall’isolamento forzato da lockdown. Ma questa è un’altra (brutta) storia.

Ciò che registriamo di buono e sorprendente è la tendenza degli ultimi anni verso una grande attenzione del mercato globale al “no alcool”. Insomma essere sobri è di moda. Oltreoceano hanno coniato persino i Sober Social Events. Restano moltissimi i consumatori italiani che non rinunciano a un buon drink, ma le abitudini stanno cambiando, complice anche la difficile fase legata al Covid-19. È stato infatti il direttore della task-force anti-alcol dell’OMS a segnalare che “un abuso di alcool può danneggiare il sistema immunitario e favorire l’infezione contro cui il pianeta sta lottando. Ecco che diventa necessario poter conservare il piacere e il gusto di un buon drink e la freschezza di un analcolico”.

La case history di Lyre’s

A tentare il palato dei bevitori responsabili del nostro Paese, dopo aver spopolato in USA, UK e altri mercati europei, arriva dall’emisfero australe una linea innovativa di distillati analcolici dal nome Lyre’s. I liquori e distillati disponibili in Italia sono: Dry London Spirit (Gin), Italian Orange (Bitter), Aperitif Rosso (Vermouth), Amaretti (Amaretto) e Spiced Cane Spirit (Rum Speziato). Si tratta di una linea realizzata utilizzando essenze, estratti e distillati completamente naturali in modo da riprodurre l’aroma, il gusto e l’aspetto del distillato a cui si ispirano, ma senza utilizzare l’alcool come base. La qualità è stata riconosciuta in diversi test alla cieca da sommelier importanti. Ciascun prodotto ha un basso contenuto calorico, è privo di glutine e latticini ed è adatto anche ai vegani e vegetariani.

Oltre al piacere di un gusto responsabile c’è una grande cura del design e del packaging: Lyre’s ha uno stile inconfondibile, una perfetta linea da bar o per gli appassionati collezionisti. Le bottiglie sono decorate con motivi che richiamano il mondo faunistico: l’animale rappresentato su ciascuna etichetta fa riferimento al Paese di origine del distillato. Il logo Lyre’s è ispirato all’uccello lira australiano, conosciuto per la sua mimica, che rappresenta al 100% lo stile del brand. Questi distillati analcolici sono stati creati, infatti, per imitare l’aroma, il gusto e l’aspetto dei distillati tradizionali. Bere, per esempio, un Lyre’s G&T o Lyre’s Espresso Martini dà ancora la sensazione di gustarsi il cocktail a cui siamo abituati, quello tradizionale, senza accorgerci che non ci sia l’alcool. O forse sì, ma solo alla fine, quando non accusiamo nessun postumo.

“L’ambizione di Lyre’s non è quella di creare sapori originali, nuovi, ma di avvicinarsi il più possibile ai sapori dei liquori iconici, collaudati e universalmente amati, e rendere loro omaggio”, afferma Mark Livings, CEO di Lyre’s Spirits. “Dato che la tendenza del bere responsabile sta crescendo in tutto il mondo, sempre più persone sono alla ricerca di alternative sofisticate all’alcool. Lyre’s nasce proprio perché le persone in cerca di alternative consapevoli possano comunque godere di un drink sofisticato. Solo Lyre’s ti dà la libertà di bere, a modo tuo”.

Da start-up alla conquista del mondo, il brand non alcolico più premiato

Un’alternativa che sta riscuotendo un discreto successo. Lyre’s sta rapidamente conquistando i mercati ed è oggi disponibile in più di trenta Paesi tra i quali Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Regno Unito, Hong Kong, Singapore e Cina e Paesi Bassi. Lyre’s vede il Belpaese come un mercato chiave per l’espansione. All’inizio di questo mese, il brand ha ricevuto un finanziamento di quasi 10 milioni di euro per continuare a crescere, guidando così lo sviluppo globale nella categoria non alcolica. Mai prima d’ora era stato riconosciuto un investimento così importante per questa categoria di prodotti.

Inoltre i cocktail di Lyre’s sono già stati inclusi nei menu di alcuni dei 100 cocktail bar migliori al mondo, come l’Happiness Forgets a Londra, il Manhattan Bara Singapore e il Trick Dog a San Francisco. Un prodotto che, declinato nelle differenti versioni, raggiunge sempre livelli alti e si è fregiato di molti premi internazionali, tra i quali la London International Spirits Competition e la San Francisco World Spirits Competition 2020. Di recente al brand è stato riconosciuto il merito di Miglior Distillato Analcolico con il più alto punteggio al mondo all’International Wine & Spirits Competition. Per noi solo una domanda: a gradazione zero si potrà fare comunque cin-cin?

Per maggiori info: it.lyres.eu/

Blue Lobster Roll

Testo di Lodovica Bo

Foto di Domingo Communication

“Fare una sola tipologia di cucina è limitante: il mondo è così bello, divertiamoci”

In Giappone c’è un’unica parola che racchiude al suo interno il concetto di raggiungimento della felicità: ikigai. Che la si definisca “ragione di vita”, “ragion d’essere” o “ragione per svegliarsi al mattino”, l’ikigai è la via giapponese alla felicità e cinque sono i suoi pilastri:

  1. cominciare in piccolo
  2. dimenticarsi di sé
  3. armonia e sostenibilità
  4. la gioia per le piccole cose
  5. lo stare nel qui e ora

È curioso come i giapponesi abbiano racchiuso un concetto così ampio e profondo in una singola parola, no? Credo che questo definisca perfettamente la filosofia di vita di questo popolo, che guarda alla dedizione e alla perfezione con occhi umili. Con l’avvento del sushi in Italia, non viene però trasmessa questa filosofia. È altrettanto vero che non tutti i ristoranti sono uguali e non tutti i giapponesi sono “all you can eat”, sicuramente non IYO Experience.

Unagi

IYO EXPERIENCE

Ideato e inaugurato nel 2007 da Claudio Liu, IYO Experience è un ristorante di cucina contemporanea d’ispirazione giapponese. Primo ristorante della terra del Sol Levante ad aver preso la stella Michelin nel 2014, si distingue per l’altissima qualità dei prodotti mista alle tecniche giapponesi con impronta internazionale. Qui la materia prima è trattata secondo le più rigorose tecniche della tradizione nipponica. “È una cucina che non vuole essere troppo ostentata, ma di rigore, e con una giusta dose di creatività” dice Claudio.

Una sala di Iyo

IYO è la storia di un percorso, di un concept, nato ed evoluto con il tempo “all’inizio servivamo i clienti in polo, scarpe da ginnastica e li trattavamo da amici. Da lì ci siamo avvicinati sempre di più al concept di oggi”. Claudio parla sempre al plurale, sottolineando che viene prima la squadra, poi sé stesso. “Dimenticarsi di sé” dice il secondo pilastro dell’ikigai, ed ecco Claudio che ne è la riprova.

Quella di IYO è una cucina di commistioni: “Nessuna cultura gastronomica pesa più di un’altra in quest’equazione perfetta. Io sono un cinese cresciuto in Emilia-Romagna che fa cucina giapponese, stride un po’? Secondo me, no, perché nessun cittadino ha il monopolio della propria cucina: la cucina è un’espressione di libertà, come l’arte.

Iyo Omakase

Si passa dal classico Ika somen (Spaghettone di calamaro crudo, caviale Royal Oscietra, verdure croccanti, uovo di quaglia e salsa soba dashi) come cavallo di battaglia sempre vincente, per chiudere con perfetto bilanciamento di contrasti tra texture e sapori della Wagyu con enoki crema di zucca delica, cardoncello agrodolce, enoki e yuzukosho.

Il FONDATORE

Wagyu

Facciamo un passo indietro, chi è Claudio Liu? Diversi sono gli aspetti che subito colpiscono di lui: caparbietà cinese, attenzione al dettaglio giapponese e positività emiliana. Di origine cinese, viene adottato dal “bel paese” da piccolo, che gli riserverà un futuro fatto di sfide e grandi soddisfazioni. Il suo amore per la cultura nipponica si unirà poi in questo melting pot culturale con la creazione di IYO Experience. Proveniente da una famiglia di duri lavoratori, a 23 anni infatti si stacca dal legame con i genitori per trovare il suo spazio nel mondo della ristorazione. Da Correggio a Milano in un battito di ciglia.

Sushi al banco

IYO OMAKASE

Letteralmente, mi fido di te. Un sushi master, un unico bancone e un percorso “live” della preparazione per gli ospiti del banco. Il rito del mangiare al bancone direttamente dal sushi master si trova solo a Tokyo, ma il desiderio di Claudio è più forte di lui. A Novembre 2019, nasce così, nel cuore pulsante di Milano, IYO OMAKASE.

Iyo Omakase

Il sushi banco, capitanato dal sushi master Masashi Suzuki, dà così luogo a una vera e propria chicca per pochi intimi, che riproduce fedelmente lo spirito della tradizione dell’Edomae zushi, insieme di rituali che obbediscono a fattori fondamentali come la stagionalità, la selezione quotidiana del pesce più pregiato e l’attenzione al riso, da non confondere come semplice complemento.

Iyo Omakase

“Una delle esperienze più belle della mia vita è stato mangiare al bancone cibo offerto dalle mani dello chef a Tokyo. Ed è una cosa che ho sempre voluto portare in Italia. Se l’avessi portato anni fa sarebbe stato troppo presto, oggi non lo è”. Oggi, OMAKASE è una costola di AALTO, scelta di sostenibilità imprenditoriale ma anche ambientale “abbiamo ripartito la materia prima nei diversi ristoranti, evitando così lo spreco di cibo.” IYO-OMAKASE vivrà presto di luce propria in una nuova location, confessa Claudio.

Il team di Aji

AJI

Nato tra il 2017 e 2018 come concept di delivery di qualità. Si distingue infatti da subito come cucina orientale gourmet, con specialità prevalentemente giapponesi. Dal sushi o sahimi misto ai gyoza, passando per gli sfiziosi samurai stick e i ricercati gunkan. Claudio non si smentisce mai, vede l’occasione dell’apertura prendendo ispirazione da grandi città quali Honk kong e Londra, che vivono di delivery. Cresce così il concept tra il 2019 e 2020 dove, per ovvie ragioni, si ha una vera e propria impennata. Per abbellire il tutto, il concept è stato pensato sulle basi di due principi cardine: fair and sustainable, giusto e sostenibile, grazie alla consegna effettuata da rider marchio AJI e un packaging attento alla salubrità del prodotto e sostenibilità ambientale.

Aji Delivery

Iyo

Via Piero della Francesca 74

20154 Milano (MI)

www.iyo-experience.com

Aji

Via Piero della Francesca, 17

20154 Milano (MI)

aji.mi.it

Iyo Omakase
Piazza Alvar Aalto /
Viale della liberazione,15
20124 Milano (MI)

+39 02 250 62 828

info@iyo-omakase.com booking@iyo-omakase.com

Testo di Letizia Gobio Casali

Se l’antico detto nomen omen (nel nome c’è il destino) ha un fondamento, una nativa di Mel (Belluno) era predestinata a occuparsi di mele. Invece per Enrica Balzan l’idea di coltivare un meleto è stata frutto, ci passi il gioco di parole, di una scelta precisa e audace, come può apparire il lasciare un impiego sicuro in un’industria alimentare per occuparsi, da sola e a poco più di 30 anni, di circa 1,5 ettari di terreno, di cui 5000 mq dedicati alla coltivazione del melo e 4000 alle orticole. Inizialmente Enrica accarezzava l’idea di impiantare un laboratorio di succo e aceto di mele per sfruttare la produzione locale. “Peccato che le rimanenze non bastassero ad alimentare la mia ipotetica attività di trasformazione – ricorda – e che per di più impiantare un’attività come quella che sognavo richiedesse investimenti che non potevo permettermi“.

Ridimensionati i progetti, ma sempre mossa dal desiderio di produrre qualcosa di suo, nel 2014 Enrica si licenzia e coltiva prima un terreno cedutole gratuitamente e poi, grazie a un finanziamento europeo per imprese fondate da under 40, prati non utilizzati dalla sua famiglia. Ha ben chiaro il proposito di seguire il metodo biologico e pianta filari di mele, ma anche orticole “perché il frutteto richiede 4 anni per rendere, mentre gli ortaggi si vendono dopo poco tempo e la diversificazione riduce il rischio in caso di un cattivo raccolto”. Seleziona varietà di mele, come le rosse brina, crismson crisp e red topaz e la gialla golden rush, particolarmente resistenti alla ticchiolatura, la principale malattia fungina, quella che in genere si cura con la chimica, e le protegge con una rete anti-insetto che copre tutto il filare e le difende dalla grandine e dalla carpocapsa, il verme delle mele.

Quanto ai vegetali, riprendendo l’oggetto della sua tesi di laurea in Tecnologie dell’Alimentazione all’Università di Padova, pianta varietà autoctone, dai nomi evocativi: come la zucca santa bellunese, di aspetto simile alla delica, e i fagioli gialét, dal tipico colore giallognolo che all’inizio del Novecento venivano coltivati unicamente per  il Vaticano e le tavole dei signori. E poi i fagiolini striati, i borlotti bala rossa e le fasole, dette anche mame. Sono varietà “di nicchia”, ma anche di pregio, le cui sementi passano esclusivamente di mano in mano, secondo i principi della cosiddetta “agricoltura relazionale”, in cui si condividono risorse e conoscenze e si tutelano collettivamente il paesaggio e la biodiversità. Grazie ad associazioni locali come Coltivare condividendo, Enrica riceve qualche seme in dono dai contadini che si impegnano a mantenere in vita specie altrimenti destinate a una rapida sparizione. Sono agricoltori tenaci, la cui resistenza delinea “una linea del Piave” (che scorre non lontano) dell’industrializzazione agricola: non guardano al profitto, ma alla solidarietà, e si sentono comunità per il fatto di condividere e amare un territorio, provato dallo spopolamento in cui una crisi antropologica si è tramutata in crisi ecologica. I contadini regalano i semi a Enrica perché anche lei, come i membri dell’associazione, vuole rivalutare un territorio che è stato snaturato quando la zootecnia ha preso il sopravvento sull’agricoltura e le coltivazioni estensive hanno reso insostenibile il mantenimento delle tipicità bellunesi. “Dopo il secondo dopoguerra la richiesta di cibo spingeva a privilegiare varietà vegetali molto produttive, senza considerare l’ambiente e la qualità dei prodotti” spiega Enrica. “Eppure, pur venendo incontro alla necessità, a un certo punto bisognava fermarsi. Ora, da un lato siamo sommersi di frutta e verdura belle, ma insapori; dall’altro ci illudiamo di pagarle poco mentre ignoriamo il costo di quella produzione su vasta scala per l’ambiente e per la salute dei suoi consumatori e produttori, dimenticando che iI cibo ha un valore, oltre che un prezzo”.

Per questo i 25 euro al chilo dei gialét non le paiono una richiesta esosa: al contrario, essendo rampicanti, impongono un lavoro interamente manuale, che giustifica il costo. Per di più, Enrica non mira ad accumulare guadagni per ampliarsi su nuovi terreni; al contrario, coltivare molti ettari impone l’uniformità di colture, rinunciando alla biodiversità, e aumentando il rischio di perdere tutto in un colpo solo, se un parassita o una malattia attaccano il raccolto. Appagata da quello che riesce a produrre da sola, Enrica non si compiace nel constatare con quale velocità i suoi prodotti vanno a ruba o nell’essere stata prescelta da tanti Gas (Gruppi di Acquisto Solidale) dopo assaggi comparati. La sua massima soddisfazione nasce, invece, quando le persone capiscono che il valore del prodotto non deriva dalla sua bontà o bellezza, ma dal modo in cui è ottenuto. “Per esempio, le mie golden rush non sono esteticamente attraenti” ci spiega. “Per la raccolta tardiva sviluppano la fumaggine, un fungo che non modifica il gusto o i valori nutrizionali, ma crea sulla buccia una patina scura. Potrei toglierla se facessi qualche trattamento o se investissi in una macchina che lava le mele. Ma preferisco venderle così, raccomandando di passarle sotto l’acqua con un po’ bicarbonato per far sparire la patina. Sono felice quando le persone preferiscono una mela nerastra a una lucida, ma coltivata a pesticidi. Vuol dire che apprezzano il gusto più dell’apparenza, i metodi naturali più di quelli industriali, un prodotto che devono venirsi a prendere fin qui più di quello che trovano in ogni supermercato”.

I clienti preferiscono i prodotti di Enrica perché credono nella sua battaglia: quella di chi ha rifiutato un destino che sembrava segnato per un territorio. Esaltandone le varietà vegetali più tipiche, lei ha fatto di un’area condannata all’emarginazione una riserva per visionari, di un’origine geografica un sigillo di qualità, di un approccio antico la strada per un futuro sostenibile. Nomen (w)omen.

Azienda Agricola Enrica Balzan

Via Campo, 1

32026 Campo (BL)

www.facebook.com/aziendaagricolaenricabalzan/

Testo e foto di Tania Mauri

Per chi è di Torino come me, sa che il quartiere Vanchiglia è un rione popolare dall’anima studentesca, sede di mercati e di locali alla moda, un insieme di vie e piazzette estremamente versatili con, all’orizzonte, la Mole Antonelliana che svetta alta nel cielo. Su una delle strade più vive della zona c’è un locale, Barbiturici, dove potrete mangiare poche cose ma ben fatte che appagano occhio e gola. Il nome particolare rispecchia l’arredamento all’interno fatto di scheletri, borse del pronto soccorso, armadietti metallici pieni di medicine, piastrelle sul pavimento e persino una vecchia insegna che indica la farmacia, il tutto corredato da tavoli di legno, sedie colorate e spaiate e ampie vetrate che danno sul dehors.

Aperto dalla colazione, è il posto ideale per venire a lavorare, passare il tempo con le amiche, gustare ottime torte o concentrarsi sul ricco menu di bagel, hamburger, croque monsieur, panini, insalate e club sandwich in tante versioni diverse e appetitose che non aiutano nella scelta ma potete sempre prendere più cose e dividerle con i vostri commensali, come ho fatto io.

Una tira l’altra e i Nachos con il guacamole finiscono in un attimo: croccanti e leggeri accompagnano la famosa salsa messicana delicata e gustosa allo stesso tempo. I Bagel – panini di pasta lievitata a forma di grosso anello, bollita brevemente e poi cotta in forno – rimangono fragranti e hanno molte farciture differenti, da quello tipico di New York, con Pastrami (cream cheese, pastrami, insalata, pomodoro, paprika e senape) al Falafel, vegetariano (cream cheese, insalata, pomodoro, falafel, hummus, menta e salsa yogurt) ottimi.

Club Sandwich

I burger sono come te li aspetti: carne buona, farciture equilibrate, abbondanti ma non esagerati sia che siano di carne come il Black spicy burger con black angus uruguaiano, tometta d’ alpeggio, crispy speck scottato, radicchio e salsa al pepe nero e miele o nella versione Veg con Beyond Burger (la straordinaria carne vegetale arricchita con una proteina vegetale e naturale) e coleslaw salad (insalata di cavolo cappuccio, carote e special dressing).

I Club Sandwich sono bellissimi e stuzzicanti, traboccanti di ingredienti che diventa impegnativo mangiarlo da soli che sia classico o creativo, come il Sando con cotoletta di maiale impanata nel panko e fritta, salsa tonkatsu, maionese al tartufo, cavolo tra fette di pan brioche abbrustolito.

Zia Ietta polpetta

Anche i panini sono tutt’altro che banali, dalla Zia Ietta polpetta con melanzane fritte, polpette al sugo, pecorino romano, basilico al Beyoncé Barbie Ribs costolette di maiale glassate in salsa barbecue accoppiate a una coleslaw salad. Infine, ogni piatto è completato da patatine fritte e salse fatte in casa. Barbiturici è uno dei quei posti che non ti aspetti ma dove non vedi l’ora di tornare!

Beyoncé Barbie Ribs

Barbiturici
Via Santa Giulia, 21

10124 Torino (TO)
Tel: +39 011 276 7449